Così il rock ha vinto la sua battaglia

Paolo Giordano

nostro inviato a Bruxelles

Per dirla tutta, una soddisfazione così il rock non se l’era mai presa, neppure quando scendeva in piazza col pugno chiuso. Fine del debito pubblico dei Paesi poveri, fine dei quaranta miliardi di dollari «che sono la zavorra di un miliardo di uomini». Ecco, per convincere la politica basta depoliticizzare gli slogan e il gioco è fatto alla faccia di chi alza la voce ma abbassa i contenuti. Bono l’ha saputo ieri mattina tardi, uscendo dal Conrad Hotel qui a Bruxelles, e chi lo conosce bene sa che tutt’al più gli sarà sfuggita una battuta di quelle sensibili e pungenti che gli amici del Temple Bar di Dublino definivano «l’umorismo di una ragazza con la barba». Che so: «E ora chi glielo dice a Bob Geldof?» (che per il 2 luglio, in vista del G8, aveva organizzato un nuovo Live Aid ma ora si trova la partita già vinta). Comunque, ironia o no, è una vittoria che ha proprio il volto di Bono, quello che sul palco è il cantante degli U2 e fuori idem, che non si imbraga a masaniello politico o a capobranco no global, che parla se deve parlare e non inciampa nelle utopie stile «sogno una grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa» che prendono applausi solo da chi preferisce non rimboccarsi davvero le maniche. Due anni fa, nel pieno del furore terroristico, Bono è salito su di un aereo con il segretario al Tesoro americano e ha girato per l’Africa, senza squilli di paparazzi o reportage griffati. Prima, quand’era praticamente da solo, aveva incontrato più volte Clinton perché è dal ’99 che la campagna Dropt the Debt (Cancella il debito) va avanti con quelli che ieri Jovanotti ha definito «molti piccoli passi avanti e qualche passo indietro». Poi Giovanni Paolo II, che si infilò i suoi occhialoni neri perché «era un commediante nato». Poi George Bush che «dietro le ironie da texano ha la fede a mantenerlo umile». E l’altro giorno ha trascorso mezz’ora anche con il presidente della Commissione europea Josè Barroso, al quale ha semplicemente detto: «Bisogna pensare ai nostri figli». Intanto, da Chris Martin dei Coldplay fino a Michael Stipe dei Rem, il plotone di rockstar anti debito è ormai più lungo di una coda di ferragosto in autostrada. Stando con loro, nessuno teme di compromettersi, di marchiarsi, di perdere pubblico e così persino divi equilibristi e diplomatici come Brad Pitt arrivano a dire (l’altro giorno alla Abc): «Non pensate a me ma al Terzo Mondo». Uscendo dal Conrad Hotel, Bono aveva il volto del nuovo rock e la forza di quello vecchio perché, per una volta, la musica ha aperto la strada alla politica senza radere al suolo gli inevitabili compromessi della vita reale. Volendo, ieri è stato un giorno decisivo anche per questo.