Così si battevano a Milano le nonne del femminismo

C olte, sovente piacenti, sposate a uomini importanti e tutte dotate di un bel caratterino: sono le «mamme» del femminismo italiano. E sono tutte milanesi. Nel giorno della Festa della Donna vale la pena raccontare una storia fatta di poche parole e molti fatti. È quella del femminismo ambrosiano di Silvia Maino, di Ersilia Bronzini, di Ada Negri e di tante altre donne che si catapultarono nel Novecento con la convinzione di riscattare la condizione femminile dalle vetuste restrizioni dei codici ottocenteschi. In quello sabaudo, ad esempio, vigeva la cosiddetta «autorizzazione maritale», ossia il consenso scritto del consorte (in voga fino alla Grande Guerra) per ogni azione politica o sociale sostenuta in pubblico da una donna.
Se oggi possiamo conoscere i volti e le azioni di queste signore che onorarono i valori dell'uguaglianza e della solidarietà lo dobbiamo a una montagna di carta: è l'archivio dell'Unione Femminile Nazionale di Milano (anche on line su www.lombardiabeniculturali.it/archivi) riordinato da Eleonora Sàita, conservatore dell'archivio storico del Pio Albergo Trivulzio. Compiamo con lei questo viaggio tra le carte che comincia nel 1899, quando un manipolo di donne che appartenevano alla crème della borghesia meneghina decisero di associarsi: l'Unione Femminile di Milano nacque così e grazie alle conoscenze altolocate delle socie troverà anche i fondi per comprare una sede, in corso di porta Nuova 32, ancora attiva. «Fu un femminismo pratico, molto ambrosiano - spiega Eleonora Sàita -: queste donne analizzavano i problemi e li risolvevano».
Esempi? Tanti, tantissimi. A cominciare dalle lotte politiche per il suffragio universale fino ai piccoli ma concreti successi come quello della creazione di un Ufficio informazioni-assistenza che forniva aiuti circa sussidi e contributi, o la battaglia affinché le maestre potessero insegnare alle superiori al pari dei loro colleghi uomini oppure la creazione di un ufficio di collocamento per le domestiche, che nei primi del Novecento erano perlopiù ragazzine provenienti dalle campagne, mandate in città senza alcuna istruzione o nozione e che spesso rischiavano di finire nelle mani sbagliate. Quando le «piscinine», ovvero le bambine che lavoravano nei laboratori di piccola sartoria, scesero in piazza per denunciare le condizioni di sfruttamento in cui versavano, la Camera di commercio di Milano affidò alle donne dell'Unione Femminile la loro tutela: personalità eccezionali come Edvige Vonwiller, parente di importanti banchieri, e Ersilia Bronzini (moglie di Luigi Maino, brillante avvocato che dai clienti poveri non si faceva pagare) si rimboccarono le maniche. Ma è da una tragedia personale che nacque il più grande successo: l'Asilo Mariuccia, modernissima concezione di casa protetta pensata per quelle che allora venivano chiamate «donne perdute o pericolanti». L'idea nacque nel 1902, come ci spiega Eleonora Sàita, da un dramma che colpi Sonia Maino, una delle socie più attive: le morì di difterite a 13 anni la figlia Mariuccia mentre lei si trovava lontana da casa per la sua intensa attività associazionistica. Furono le socie dell'Unione femminile a trasformare il suo dolore e il senso di colpa in un progetto all'avanguardia: a Mariuccia fu dedicata la prima casa di accoglienza per le tante ragazzine sole, disagiate e avviate alla prostituzione che vagavano per le strade di Milano. Sonia Maino diresse l'istituto fino al '33 e a lei ci piace pensare per celebrare senza retorica la Festa della Donna.