Così si sprecano i soldi della scuola

E poi un giorno la scuola non c’era più. Qualcuno dice che tutto è cominciato quaranta anni fa, un declino lungo, inesorabile, catafratto a qualsiasi riforma, anni e anni di dibattiti, diagnosi, cure, discussioni, seminari dotti e sapienti. Solo che quando arrivava settembre la grande malata stava sempre peggio. Poi, un giorno, uno studio di un gruppo di ricercatori pisani, finanziati dall’Ocse, ci ha raccontato che le nostre scuole, soprattutto al Sud, non insegnano nulla. Il sapere degli studenti è un buco nero, dove monti e fiumi non hanno nome, dove Silla è la moglie di Mario e le divisioni a tre cifre sono alchimie indù, buone per i ragazzini di Calcutta.
Come si è arrivati a questo punto? La scuola è scuola, dicono i vecchi, quelli che la geografia la studiavano alle elementari, non servono grandi invenzioni per farla funzionare. Uno va lì, se studi vai bene, se non studi prendi quattro. È semplice. E poi, scusate, non si diceva che la scuola è un’avventura? Se il maestro, il professore, è bravo, allora ti affascina, ti conquista, ti apre le porte della percezione. Non si diceva che la scuola è una scommessa? È il riscatto sociale di chi viene dal basso. È quel capitale umano che chiamano cultura, qualcosa che non puoi perdere in borsa e si accende, brilla, ovunque sei, dovunque vai, il marchio della tua anima, la tua identità. Sbagliato. Qualcuno, a quanto pare, ci ha preso in giro. La scuola è fallita, devastata, dimenticata, stuprata, in nome di una falsa credenza, di un dio oscurantista: tanto non serve a nulla. Hanno vinto gli asini e così sia. Tutti in basso, livellati nella tomba dell’analfabetismo.
Il sospetto, quasi una certezza, è che si siano tutti accontentati: professori, alunni, genitori, intellettuali, politici, tutto un Paese, convinto di poter andare avanti con gli occhiali scuri. Giorno dopo giorno, in massa, ci siamo spostati un po’ più giù, adeguandoci al prossimo gradino più in basso. Abbiamo scelto la mediocrità, per quieto vivere, per vigliaccheria, per pigrizia, lassismo, perché tanto chi ce lo fa fare e poi, appunto, a che serve. E dalla scuola questo vivere senza ali è migrato nelle città, negli uffici, nelle professioni, nella società, per poi tornare indietro, ancora più mefitico, in una sorta di ping pong a perdere. Ecco, ora la scuola ci appare per quello che è, una rovina. Ma non è un affare marginale, una parentesi della vita. Il destino della scuola è una responsabilità di tutti e non il gioco del cerino spento, in cui ognuno delega il problema a qualcun altro. Le famiglie agli insegnanti, gli insegnanti allo Stato, lo Stato ai soldi che non ci sono e tutti insieme, in girotondo, bestemmiano questi tempi aridi e bruti.
Fermate il carosello, da qualche parte bisogna pure ripartire. Le scuole non sono tutte uguali. Lasciamo la libertà alle famiglie di scegliere dove far istruire i propri figli. L’idea dei «buoni scuola» non è così assurda. Lo Stato versa un assegno allo studente e lui lo spende nell’istituto che ritiene migliore. Servono borse di studio. Il welfare italiano, da sempre, assiste tutti, ma ha un’abilità speciale nell’ignorare chi ha veramente bisogno e dribbla senza sensi di colpa i «talenti senza soldi».
È necessario ridare dignità ai professori, la classe sociale più declassata del Novecento. Servono soldi, ma nei bilanci del ministero c’è scritto che quasi tutto il malloppo a disposizione finanzia i loro stipendi. Forse sono troppi, magari per pagarli meglio bisogna sfoltire. Meno insegnanti, ma bravi. Il ritorno al maestro unico non è un'utopia. Non è neppure un danno. Ma i professori da soli non vanno lontano. Ognuno si assuma le proprie responsabilità. La scuola non sorge nel deserto, ma intorno a una comunità, quartieri, paesi, imprese, élites culturali e politiche. Il sogno della Gelmini di trasformare ogni scuola in una fondazione punta a risvegliare questo retroterra distratto e menefreghista. Le comunità devono partecipare, anche economicamente, al futuro della scuola. Questo significa investire in capitale umano, dare un significato a quella formula, finora vuota, del preside manager e far capire alle classi dirigenti locali che il potere è responsabilità. Il federalismo non è solo cartelli stradali in dialetto. È anche questo. Ogni comunità diventi arbitro del proprio destino.