«Costretto a rifugiarmi in Vaticano perché aiutavo i malati di tumore»

Il professor Giuseppe Zora, all’epoca docente all’Istituto di clinica oncologica dell’Università di Messina, e la dottoressa Anna Tarantino, biologa nel medesimo istituto, formavano una delle coppie più promettenti nel campo della ricerca sui tumori, e non certo perché erano (sono) marito e moglie. È che trent’anni fa, inoculando nei topi malati di cancro il Corynebacterium parvum, un batterio appartenente alla famiglia dell’agente patogeno che provoca la difterite, avevano constatato sorprendenti regressioni del male.
Ma poi, nel 1979, il professor Saverio D’Aquino, direttore dell’istituto, chiese loro di sperimentare in laboratorio un siero ottenuto dalle feci e dalle urine delle capre, che gli era stato portato da un veterinario di Agropoli (Salerno), il dottor Liborio Bonifacio. «Scoprimmo che qualche effetto antitumorale sulle cavie malate lo aveva», racconta oggi il professor Zora. «L’anno dopo illustrai i risultati di quella ricerca in un convegno a Saturnia. Fu la fine. Tutto ciò che mia moglie e io avevamo fatto sino a quel momento non valeva più niente».
Ciò che avrebbero fatto di lì in avanti sarebbe valso ancora meno. Eppure il preparato, frutto delle loro ricerche, l’Imb (immunomodulante biologico), non ha niente a che fare col siero Bonifacio. È un prodotto che ha per principio attivo l’Lps, lipopolisaccaride estratto da batteri Gram-negativi, ampiamente studiato presso l’Università di Tours, in grado di supportare il paziente oncologico durante le chemio e le radioterapie.
Fu ostracismo totale. Di più: persecuzione. È passato un quarto di secolo, ma il ricordo è ancora lancinante. La coppia fu costretta a rifugiarsi in territorio vaticano, precisamente nella basilica di Santa Maria in Trastevere, che gode dell’extraterritorialità. «Io non so se questo farmaco cura il cancro, so soltanto che dinanzi a Dio e a me stesso, come uomo e sacerdote, è mio dovere accogliere questi poveretti e aiutarli», disse il parroco, don Vincenzo Paglia, l’assistente ecclesiastico della Comunità di Sant’Egidio poi divenuto vescovo di Terni. I poveretti non erano soltanto i coniugi Zora ma anche i 50.000 malati che nei dieci anni successivi furono visitati e curati gratuitamente, condicio sine qua non per operare entro i confini della Santa Sede. Chi voleva, lasciava un obolo per le spese.
Ma ancora non bastava. Il professor Zora dovette subire l’onta di un arresto, passare due notti in galera, essere inquisito una decina di volte, abbandonare la cattedra di oncologia alla Sapienza di Roma. Nel 1992, per rompere l’assedio, prese con sé la famiglia – moglie e quattro figlie, di cui una oggi laureata in biologia come la madre – e riparò in Svizzera. «Dormivamo in un residence di Morcote, nel Canton Ticino, e intanto i miei avvocati si occupavano dei procedimenti penali». Non essendoci ordini di cattura che pendevano sul suo capo, da buon cittadino italiano s’è sempre presentato nelle aule di giustizia per gli interrogatori.
Il rogo era nel suo destino: è nato nel 1950 a Nola, il paese campano che diede i natali a Giordano Bruno. Da cinque anni il professor Zora è tornato a vivere sul suolo patrio. Scottato dalla drammatica esperienza, si mantiene tuttavia in zona di sicurezza: ha preso casa a Campione d’Italia, quella piccola porzione di Belpaese, appena due chilometri quadrati, incistata nel territorio della Confederazione elvetica, tra Mendrisio e Lugano. Ha istituito la Fondazione Raphael, un organismo scientifico di diritto svizzero senza scopo di lucro, con sede a Melide, per lo studio delle terapie nei tumori e nelle malattie degenerative. Ne è presidente onorario monsignor Giovanni D’Ercole, capo ufficio della sezione affari generali presso la Segreteria di Stato vaticana, che quando andava in onda sulle reti Rai fu proclamato da un sondaggio «il volto più affidabile della Tv italiana». Da quattro anni il professor Zora è tornato a insegnare nell’Università di Milano.
Nel suo ambulatorio di Campione l’uomo dell’Imb ora si fa guardare le spalle da un enorme crocifisso di porcellana che ha commissionato a un artista napoletano e dai ritratti di Giovanni Paolo II e padre Pio. Tutti gli anni va sulla tomba del santo di Pietrelcina. «L’ultima volta, attorniato da gente che soffre, gli ho chiesto: ma io che ci sto a fare qui? Non mi manca nulla. Così ho pregato per gli altri. Come prevenzione». Per anni è tornato a Roma ad assistere gratis i sieropositivi ospitati nella comunità di don Pierino Gelmini. Ogni due mesi scende fino a Sant’Antimo per visitare, sempre gratuitamente, i malati di tumore della zona di Scampia-Secondigliano. «Glielo devo: è la mia terra».
Che cosa c’entra l’Imb con il siero Bonifacio?
«Assolutamente nulla. Infatti non è stato ottenuto dalla capra ma da ceppi batterici acquisiti presso un istituto biologico statunitense. Vi sono due sentenze di proscioglimento del tribunale di Roma, una del giudice Luigi Gennaro e l’altra del giudice Mario Almerighi, che lo attestano. La seconda afferma testualmente che “la distribuzione del prodotto, non inserito nella farmacopea ufficiale ma non per questo in sé illegale, non è ricollegabile a finalità fraudolente bensì a una nota ostilità dell’industria farmaceutica”».
Quando cominciò a distribuirlo?
«I primi trattamenti su pazienti terminali consenzienti, che avevano esaurito tutte le terapie convenzionali, li feci nel 1980, riscontrando subito un miglioramento delle condizioni fisiche e un allungamento della sopravvivenza rispetto alle prognosi ufficiali. Quando Bonifacio nel 1982, ormai prossimo alla morte, smise di distribuire il suo siero, c’erano queste migliaia di malati che non sapevano dove sbattere la testa. Potevo tenere l’Imb per me? Iniziai a darglielo in un locale del quartiere Testaccio, a Roma. Arrivarono i carabinieri. Una settimana dopo ero in piazza San Pietro. Migliaia di pazienti sulla gradinata, tre ore a dispensare fiale, con i gendarmi vaticani che osservavano a debita distanza, senza intervenire. Il giorno dopo trovai ospitalità da don Paglia».
Ha mai prescritto agli oncologici di smettere le cure?
«Mai. Al contrario, spesso sono io a consigliare ai più riottosi le prime tre linee di chemioterapici. Soltanto dopo sconsiglio d’insistere».
A quanti ha allungato la vita?
«Difficile dirlo. Nessuno fa i miracoli. Ma ho pazienti che sono guariti già da 21 anni o che convivono accettabilmente col tumore. Purtroppo non ho qui tutte le cartelle cliniche: ogni volta che me le hanno sequestrate, poi non mi sono più state restituite».
Non può dimostrare se funzioni la chemio o il suo Imb.
«Vero. Però il professor Giuseppe Martines, ordinario di terapia medica all’Università di Chieti-Pescara, ha trattato con l’Imb 461 pazienti di entrambi i sessi, tra i 20 e i 70 anni, affetti da 12 diversi tipi di tumore in fase avanzata: polmone, colon, pancreas, cervello, mammella, vescica... Li ha divisi in due categorie: 307 avevano praticato chemio o radioterapia e si trovavano in progressione di malattia; 154 non si erano sottoposti a nessun trattamento a causa della gravità del male o per loro scelta. Dopo quattro anni, il 38% dei pazienti del primo gruppo e il 48% di quelli del secondo erano ancora in vita. Questo dimostra che la risposta è migliore se il sistema immunologico non è stato distrutto dai farmaci antineoplastici».
Cosa pensa dei chemioterapici?
«Rispetto ai diserbanti puri che venivano usati 25 anni fa, oggi sono molto più selettivi e meno tossici. Sono anche molto costosi. In media un solo ciclo di sei sedute per trattare un carcinoma della mammella su una donna di circa 60 chili comporta una spesa di 7.800 euro, visto che gli antineoplastici sono dosati in milligrammi e vanno rapportati al peso corporeo».
Ma se l’Imb è così efficace, perché l’industria farmaceutica non se n’è impossessata?
«Glielo racconto, perché è la verità. Tra l’82 e l’83, attraverso un amico fotografo di Catania, conosco Vito Scalia, ex ministro della Ricerca scientifica, il quale mi combina un incontro con Alberto Aleotti, proprietario della Menarini e all’epoca presidente di Farmindustria. C’incontriamo all’hotel Bernini Bristol di Roma, presente Scalia e mia moglie. Alla fine Aleotti mi dice: “Professore, a me l’Imb non interessa perché è un prodotto biologico. Non è un prodotto chimico, non è brevettabile, dunque non potrà mai essere mio”. Infatti siamo riusciti a brevettare solo il metodo di preparazione».
Ma ha ceduto il brevetto alla Ocg Ag, un’industria farmaceutica di Berna.
«Che però lo fabbrica come prodotto omeopatico, registrato nel 1996 dalle autorità sanitarie elvetiche col nome commerciale Adjuvant plus. Sono fiale da un millilitro iniettabili intramuscolo, in libera vendita in Svizzera, Germania, Austria e San Marino».
L’omeopatia usa princìpi attivi diluiti oltre il limite del numero di Avogadro. Da un punto di vista chimico questi farmaci sono giudicati dalla medicina ufficiale uno zero assoluto.
«L’Adjuvant plus è diluito in decimali, secondo le regole dell’omeopatia tedesca, quindi il principio attivo è presente. Del resto l’Oms ha codificato di recente che il lipopolisaccaride può essere somministrato solo in microgrammi, altrimenti sarebbe tossico. Lei invece sta parlando dei prodotti diluiti in centesimali, dove in effetti il principio attivo non è più presente».
I chimici attendono che gli omeopati mostrino finalmente un esperimento ripetibile, almeno uno, in modo da distinguere l’acqua normale dall’acqua omeopatica.
«Non si può codificare tutto secondo i canoni che sono stati stabiliti da Tizio o da Caio. Nelle mie fiale non c’è solo la memoria del principio attivo. C’è l’Lps».
Costeranno un occhio.
«No, 5 euro l’una».
Albert Sabin non ricavò neppure un dollaro dall’antipolio.
«Noi lo stesso. La Ocg Ag patrocina soltanto le ricerche scientifiche della Fondazione Raphael. Vivo della mia professione».
E quanto si fa pagare?
«Una normale parcella: 150 euro la prima visita e 100 quelle successive. Bambini e indigenti non hanno mai pagato».
Scusi se insisto, ma spesso mi sono imbattuto in speculazioni economiche sulla pelle dei malati.
«Capisco. Vivo alla luce del sole. Dichiaro 90.000 euro annui di reddito. Mai avuto accertamenti della Finanza. Mai un’accusa per truffa o per lesioni».
Quanti procedimenti giudiziari?
«Una decina. Sono sempre venuti a testimoniare in mio favore i pazienti. Sette-otto archiviazioni. Una sola condanna per detenzione di medicinale non autorizzato».
Dimentica l’arresto.
«Dalla domenica sera al martedì, in seguito al sequestro dell’Imb da parte dei Nas di Firenze. Un’esperienza traumatica ma anche utile. Mi rinchiusero nella prigione di Arezzo con gli abiti che avevo addosso. Alle 20, durante l’ora d’aria, fui avvicinato da decine di detenuti. Sapevano già tutto. Radio Scarpa funziona. Mi offrirono pigiama e spazzolino da denti nuovi di zecca, cucinarono per me. Sono cose che non si dimenticano».
Nessuno la difese?
«Carlo Taormina, perché era il mio avvocato. E poi i radicali: Emma Bonino, Mauro Mellini, Marco Taradash, Adele Faccio».
Ha ancora processi in ballo?
«Neanche uno».
S’è dato una spiegazione dei suoi guai giudiziari?
«Avevo dimostrato con una ricerca seria in ambito universitario, avallata dal direttore d’istituto professor D’Aquino, che il siero Bonifacio non era acqua fresca, come invece aveva sentenziato nel 1970 la commissione presieduta dall’onorevole Pietro Bucalossi, direttore dell’Istituto dei tumori di Milano, dopo una sperimentazione di soli 16 giorni su appena otto pazienti in fase preagonica. Il che spiega anche perché una seconda commissione istituita dal ministro Renato Altissimo, e nella quale sedevano il farmacologo Silvio Garattini e altri luminari, anni dopo bocciò senza appello la sperimentazione dell’Imb, sostenendo che non vi erano i presupposti scientifici per avviarla. Almeno al professor Luigi Di Bella la sperimentazione fu concessa».
Ha conosciuto Di Bella?
«Nel 1979, dunque in tempi non sospetti. Gli portai a Modena i risultati dei test condotti con l’Imb sulle cavie. Mi spronò a proseguire sulla strada intrapresa».
E Bonifacio l’ha conosciuto?
«Sì. Lo considero il padre dell’immunologia biologica. Ebbe l’intuizione di riprendere gli studi condotti nell’anno Mille dalla fiorente scuola medica di Salerno, che guariva le malformazioni cutanee con una concrezione di feci caprine chiamata belzoar. Lui ne ricavò una pozione da iniettare per via intramuscolare».
Ma fu osteggiato.
«È la sorte dei pionieri. Mia moglie studia da anni la cartilagine di squalo, finora ridicolizzata dalla medicina ufficiale. In polvere, diluita e iniettata negli animali, ha dimostrato di ridurre la massa cancerosa e di rallentarne la crescita perché blocca l’irrorazione sanguigna del tumore. Ricorda il clamore suscitato dalla scoperta del professor Judah Folkman? Due proteine, endostatina e angiostatina, decisive nella lotta al cancro perché impediscono la vascolarizzazione dei tumori. Guarda caso sono contenute nella cartilagine di squalo».
S’è fatto un’idea del perché un organismo sviluppa il cancro e un altro no?
«Uno se lo porta dietro geneticamente e l’altro no. Questo non significa che esploda in ogni caso. Vi sono fattori scatenanti».
Quali?
«Inquinamento ambientale, alimentazione, sconvolgimenti emotivi. Ma al primo posto metterei lo stress. Lo stress ci uccide, fa scempio dei nostri equilibri. La vita si regge su quattro mattoni: neuro, psico, endocrino, immuno. Cede uno, e viene giù tutto l’edificio».
Ha mai avuto parenti colpiti dal cancro?
«Mia madre nel 1970. Un tumore della mammella avanzato. Avevo scelto di fare il ginecologo, ma sono diventato oncologo per questo. I suoi due fratelli, medici, insistevano perché si sottoponesse a chemio e radioterapia. Non volle far nulla. È morta nel 2002 a 87 anni. Di ictus».
(382. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it