Addio a Bordin voce radicale dei giornali e della politica

Sarà andata più o meno così, ti sei risvegliato alla fine del viaggio, stralunato come dopo la pennichella pomeridiana, ti guardi intorno con lo sguardo di chi non se la beve, ma senza pregiudizi su quello che c'è lì, dopo la vita, oltre la morte. C'è lo stesso silenzio che hai ascoltato ogni volta prima di andare in onda, lo conosci, perché il cuore batte per un attimo controtempo, con una leggera aritmia. Non sai mai quanto dura. Poi clic, l'accendino che scatta e ti accendi una marlboro rossa. Qualcuno dice che qui non si può fumare. Spegni, chiedendo con garbo scusa e poi ancora clic, questa volta senza sigaretta. È il tuo modo di stare dove sei, un anarchico educato, che rispetta le regole, paga quando deve, non cerca alibi sul proprio destino e si lascia solo uno sberleffo di disobbedienza. Il suono di quel clic è un pezzo della tua firma e resterà in eterno.

Massimo Bordin è una voce che qualcuno ha messo in giro. La riconosci anche dall'altra parte dell'universo. Si porta dietro il sapore e il colore della vodka della notte prima. Quella voce calda, che ti abbraccia, ti avvolge, come una coperta da mettere su quando l'inverno sta per arrivare. Una voce di cui ti puoi fidare, per una ragione semplice semplice: dice la verità. E questo lo sanno perfino lì, dove di tempo ce n'è tanto e tu non hai certo l'ansia di riempirlo. Allora anche questa mattina si va, senza fretta, snocciolando una a una le cronache e le opinioni su Notre Dame e Salvini, la Libia e l'Iva, i nomi messi in croce sulle liste per le elezioni europee e le chiacchiere effimere sull'ontologia della politica. Ti becchi pure le condoglianze di Vito Crimi, che finge di non ascoltare Radio Radicale. Sbuffi, tossisci, sacramenti qua e là e poi ti accorgi con un certo imbarazzo che per qualche sana e santa ragione si sono messi a parlare di te da tutte le parti. È una danza insensata di coccodrilli. Ti tocca leggerli tutti, per spirito di servizio, soffocando malumore e rottura di scatole: stai a vedere che sono morto? E ti tocca leggerti pure questo, con la paura di sentirti dire, come forse non hai fatto quasi mai: ragazzo, questa volta mi hai deluso; ma che razza di stronzate stai scrivendo? Non hai messo neppure l'età. Sono, gli anni, sessantasette, né pochi né tanti.

L'importante, dicevi, è non assomigliarsi, non andare in giro seppelliti da una maschera, rinnegando se stessi per restare fedeli a quello che gli altri, mentendo, pensano di te. Ne hai visti tanti rannicchiarsi, rachitici, dentro il proprio simulacro. Questo non è mai capitato a quelli come te. Bordin non è una maschera. È una voce, libera, libertaria, radicale, come la sua radio, che nasconde sotto un velo di carta vetrata la malinconia per le vittorie di lontane primavere e l'orgoglio per le cause perse. Te ne stai andando mentre la tua Radio Radicale sta per chiudere, perché i padroni dell'editoria non ne vedono il senso e il servizio, pubblico. È il segno che stare in questa Italia non ne valeva più la pena e lo sussurri mentre il fumo del cancro ti sta sfondando i polmoni.

Ti chiedi, lì dove stai adesso, dove sia la fregatura. Sorridi, pensando che possa essere Marco e lui arriva, come sempre sbracciandosi, parlando a ragione come se avesse davanti l'eternità, con una cravatta che racchiude l'arcobaleno e tu lo guardi, con l'espressione di chi si è arreso da tempo, limitandoti a dire: «Certo, io con una cravatta così». Tanto la risposta già la sai, perché la monotonia di Pannella è spiazzare tutti: «Infatti, caro Massimo, lo ritengo un tuo limite». Qui c'è il noumeno, l'anima immortale, del rapporto tra di voi, anche adesso che avete perso entrambi l'istinto di sopravvivenza. È il dialogo perenne tra lo stregone e lo scettico, l'alchimista e il saggio artigiano, o se volete Don Chisciotte e Sancho Panza, dove uno ci mette la follia visionaria e l'altro l'ironia del disincanto, sapendo tutti e due che il più pazzo dei due è il savio che sceglie di seguire quel pazzo.

Ricordi come vi siete conosciuti? Era il giorno della vittoria del referendum sul divorzio, anno di grazia 1974. Tu, Bordin, festeggiavi con il gruppo trotzkista a piazza Navona. All'orizzonte c'era uno striscione del Msi. Tutti pronti a strapparlo, quando arriva Pannella, gridando: «Nessuno lo tocchi». Gli altri litigano, tu fai da mediatore, alla fine non può che averla vinta Marco. «Se mi avessero detto che avrei passato con lui tutte le domeniche della mia vita... Avrei fatto bruciare lo striscione».