Come cambia il dolore se il carnefice è la famiglia

Non si può giudicare la morte. Noa Pothoven aveva diciassette anni e da tempo aveva deciso che la sua vita era peggio di nulla. Si è lasciata morire, non con un colpo solo, ma giorno dopo giorno, rinunciando all'acqua e al pane, con la tenacia di chi cerca disperatamente quel posto dove gli sfiniti trovano pace. Noa ha preferito morire perché qualcuno le ha devastato il corpo e l'anima quando era una bambina. Stupro. «Avevo undici anni quando tutto è iniziato». È quello che scrive nella sua autobiografia Vinci o impara. «Ero già una perfezionista. A scuola volevo fare tutto nel modo migliore possibile. Era il mio modo di cancellare quello che mi avevano fatto. Eppure ero ancora abbastanza normale. Poi a 14 anni mi hanno stuprato altre due volte. Da allora non è rimasto più nulla della mia vita». Noa ha deciso che doveva morire. Non ha chiesto il permesso a un tribunale. Non si è appellata allo Stato. Ha bussato a una clinica specializzata nella «dolce morte» e i medici le hanno risposto di no. «Sono troppo giovane. Mi hanno detto di completare le mie cure. Non ce la faccio». Noa è morta da sola, davanti ai suoi genitori, disperati, impotenti, incapaci di trovare una risposta. È la sconfitta della famiglia, ma soprattutto è la tragedia di un padre e di una madre che non sapevano cosa fare. Non ne avevano la forza. È la stessa Noa che lo confessa, con l'ultimo post su Instagram: «Entro dieci giorni morirò. L'amore è lasciar andare». Nessuna forzatura. L'hanno vista sempre più magra, sempre più trasparente, fino a quando ha smesso di respirare. Se questo è amore è stato davvero atroce, ma la morte non si può giudicare. Neppure quella di una figlia. È questo il senso della storia di Noa. Non ci può essere una discussione etica e filosofica sulla vita e sulla morte. Non è un caso di eutanasia. Non tira in ballo lo Stato. Riporta la questione sulla scelta di lasciarsi morire al livello dell'individuo e mette da parte il resto. La morte torna un affare personale. Abbiamo chiesto in questi lunghi anni allo Stato di dare una risposta sulla vita e sulla morte. Dacci il diritto a morire. Può farlo? Non lo so. Forse è una domanda che non è saggio fare. Che ne sa in fondo lo Stato della vita e della morte? Che profondità morale ha per rispondere? E se davvero dovesse rispondere che potere diamo a questa entità che in fin dei conti non ha nulla di metafisico e neppure di umano? Può scegliere al posto di Noa? Può condannare la resa dei genitori? Forse no. La verità è che il suicidio, perché di questo si tratta, è una questione maledettamente privata. Non si può giudicare la morte di chi non ne può più della vita.

Vittorio Macioce