Cambiare facce non cambierà il sistema-Paese

È stato un voto per il cambiamento. Ma esattamente quale cambiamento?

È stato un voto per il cambiamento. Bene, e grazie per avercelo fatto notare. Ora, volendo per una volta spingerci oltre le colonne d'Ercole dei 140 caratteri, cogliamo l'occasione per approfondire. Esattamente, quale cambiamento? Nella storia recente, gli italiani hanno inseguito di frequente il ricambio della classe politica. Negli anni Settanta era il Pci, che però ha cambiato il nome sul citofono e nient'altro. Negli anni Novanta il vento del cambiamento si chiamava Lega nord, che doveva fare piazza pulita dei professionisti della politica sporchi e corrotti. È finita con Bobo Maroni con la scopa in mano. Adesso, dopo altri vent'anni, il cambiamento si chiama M5S. È lecito chiedersi se non stiamo sbagliando qualcosa, dopo tre cambiamenti annunciati e prima del quarto, che dovrebbe arrivare negli anni Trenta ma sicuramente anticiperà.

Continuare a proporre facce nuove magari non è la soluzione. Cosa c'è, oltre le persone, se non il sistema nel quale vanno a operare? Forse è lì il problema, prima che negli uomini. Il teorema che ci siano più specie umane non regge. Credere che ci siano gli onesti e i disonesti, i fannulloni e gli operosi, e via così, è un modo infantile, da catechismo, di vedere le cose. Gli uomini (e le donne, si dia per acquisito) si adattano, al vizio come alle virtù. Mossi da convenienza ed egoismo, fanno ciò che possono e non fanno ciò che gli porterebbe male. Poi, non è che all'occasione saremmo tutti ladri. Il processo non è un interruttore. Vizio e virtù si muovono lungo cerchi discendenti o ascendenti: è la teoria del «vetro rotto» del sindaco Rudolph Giuliani. In un ambiente civile e favorevole uno è indotto a comportarsi adeguatamente, per se stesso prima che per gli altri.

Poiché l'ambiente della politica non è salubre, per quanti angeli mandiamo nel Palazzo il risultato sarà comunque l'inferno. Il gioco può continuare all'infinito, visto che su 60 milioni un centinaio di persone perbene le troveremo sempre. Ma saranno la soluzione? E saranno anche brave? Nel frattempo metà di noi, il partito dell'astensione, ha già smesso di giocare. Noi altri invece ci affanniamo, ventennio dopo ventennio, a cercare (e illuderci di trovare) l'eroe che ci salverà. Ma ormai tutti sappiamo (quasi tutti) che nessuno da solo può davvero fare la differenza e cambiare le cose. Una persona minimamente avvisata è consapevole che pur ricoprendo la carica di sindaco o primo ministro ben poco potrebbe realmente incidere per far funzionare le cose come vorrebbe. La sorpresa più grande per Berlusconi, quando arrivò nelle stanze dei bottoni, fu proprio questa: i bottoni c'erano, ma i fili non erano collegati. In gergo motoristico diremmo che schiacci l'acceleratore senza scaricare potenza a terra.

L'apparato burocratico e le norme che fissano in dettaglio ogni singolo atto costituiscono, nel complesso, un guscio impenetrabile. Dietro cui i grandi e i piccoli burocrati si muovono e si nascondono con abilità e resilienza. Riescono a vanificare ogni intenzione di produrre un risultato, per il semplice motivo che il loro status professionale è avulso da qualsiasi risultato. Possono farlo perché non gli succede nulla. Provate ad avere un atteggiamento simile in un'organizzazione privata. Poco dopo sarete seduti davanti al direttore delle risorse umane a discutere la buonuscita. Nello Stato, per ottenere che qualcosa si muova, anche di poco, occorre scendere a patti, fare compromessi. Così il cambiamento viene svilito e quel poco ha un corrispettivo di scambi e favori che, dopo alcuni passaggi, diventano a volte o spesso corruzione.

In conclusione, se cambiamento ha da essere, sia! Indicando però quale parte del sistema verrà colpita, chi sentirà il dolore. Lisciare tutti e non scontentare nessuno è come dire che si cambia senza terapia, o addirittura che esistono terapie indolore. Una favoletta buona per le anime semplici, cui il primo partito del Paese non crede più. E non dicano che il dolore lo sentiranno solo qualche decina o centinaia di papaveri. Il sistema non sono venti o cento politici che prendono una mazzetta, bensì 800 miliardi di spesa pubblica fuori controllo, dove vivacchiano sprechi di ogni natura, senza che nessuno sia mai chiamato a rispondere di un'opera mai terminata, di una siringa strapagata o di altre schifezze simili. Ma questi soldi dove finiscono? Nelle tasche di milioni di cittadini che ci campano. Qui non si tratta di colpire i parlamentari, ma la gente comune. Per dare un ordine di grandezza, Camera, Senato e Quirinale costano insieme pochi miliardi, nemmeno lo 0,5% della spesa pubblica, e in gran parte sono stipendi. Quando si parla delle auto blu, il grosso del costo sono gli autisti, non le vetture. Ecco il nodo: siamo disposti a cambiare in meglio questa gigantesca macchina che distribuisce reddito? La strada del cambiamento non porta dai parlamentari, ma a casa della gente normale. Andiamo?