Così Di Pietro "cannibalizzò" Borrelli e ora lo scorda

«Mani pulite alla fine fu un disastro, non valeva la pena buttare all'aria il mondo precedente per cadere in quello attuale». È la sintesi delle mie note di ieri, critiche in un coro di consensi dopo la morte di Borrelli. Un altro in controtendenza: Paolo Colonnello, Mattia Feltri, Filippo Facci? No. La frase lapidaria e riassuntiva è di Francesco Saverio Borrelli. Vane dunque le funeree litanie encomiastiche dei Travaglio, dei Michele Serra, dei Bruti Liberati. Mani pulite è stato un inutile fallimento e una sconfitta. Un disastro. Troppo tardi Borrelli capì l'errore. Il suo temperamento femminile aveva ceduto all'irruenza di un turgido sostituto. Ha scritto bene Mario Ajello, che quegli anni vide: «Borrelli, nelle interviste che quotidianamente rilasciava, citava sempre la consonanza sua e del suo ufficio con la società civile e con l'opinione pubblica. Un antipasto di quello che poi si sarebbe chiamato il populismo giudiziario?... Poi arriva la stagione della scorciatoia che Borrelli si trova a gestire grazie alla irruenza dipietresca. A poco a poco, capisce che il clima è cambiato e presta la sua mente politica al servizio dell'inchiesta e ne diventa lo stratega».

Vero? Vero. In quel momento decisivo agisce in lui il fascino plebeo e barbarico di Di Pietro che lo trascina e lo travolge. Ed egli non vuole, o non sa, resistere resistere resistere. Fino all'imperdonabile, e da lui direttamente gestita, dichiarazione di guerra, in una contrapposizione mortale, con l'avviso di garanzia a Napoli (via Corriere della Sera), nel 1994, al presidente Berlusconi. Una aggressione politica della magistratura a un governo (che cadrà), come non era mai accaduto prima. L'atto non era giudiziario, ma eminentemente politico, dettato anche da antipatia personale, conseguenza dell'inascoltato, e molto minaccioso, avviso (diretto, ad personam, non di principio generale), il 20 dicembre 1993: «Chi ha scheletri negli armadi è meglio che non si candidi». Ti sei candidato lo stesso? Adesso ne paghi le conseguenze (anche se il reato non c'era). Così, all'ombra di un irruente e maschio sostituto, nasce il Borrelli politico. Si rivela esplicitamente nel 1994, ed è ormai fuori controllo, quando dichiara: «Se avviene un cataclisma per cui resta in piedi solo il capo dello Stato e chiama a raccolta gli uomini della legge, in quel caso potremmo rispondere con un servizio di complemento». Loro erano la causa del cataclisma, loro erano pronti al servizio di complemento. Parole inequivocabili. Di Pietro si era impossessato di lui. E Borrelli era sottomesso. Il dottor Jekyll si era trasformato in mister Hyde.

Alla fine il «complemento» lo hanno fatto, a scoppio ritardato, e con un plebiscito popolare, Di Maio e Salvini. Al danno si è aggiunta la beffa. Quando Borrelli si è risvegliato era troppo tardi. Ma ciò che oggi appare clamoroso, davanti al corpo morto di Borrelli è, nella eloquente lettera di encomio dei suoi sostituti, sull'house organ Corriere della Sera, l'assenza dell'uomo della sua vita, Antonio di Pietro, che lo portò fuori di strada e di senno.

Come mai quello che lo ha rovinato, sostituto dei sostituti, non firma l'elogio funebre? Dove è finito l'inventore della «scorciatoia»? Dove si è perduto, dopo averlo perduto? In un'altra pagina del Corriere, Enzo Carra assolve il fragile Borrelli, travolto da una tempesta che non poteva dominare: «Mi mostrarono in ceppi, ma credo che lui non sapesse. Era un uomo molto perbene». E chissà se non lo fosse stato! Carra ha la sindrome di Stoccolma.

Borrelli, posseduto, fattosi stratega, non poteva non sapere. Era stato, con Di Pietro, il giustiziere di Craxi; ora era l'antagonista di Berlusconi. La giustizia aveva lasciato lo spazio (e aperto la strada) alla politica. E Borrelli impedì a Di Pietro (via Previti, e con tutte le televisioni a disposizione, in particolare Mediaset, in favore del vento) di ascoltare le sirene di Berlusconi. Borrelli pensava di eliminarlo, come Craxi, per via giudiziaria, ormai strumento dichiarato di lotta politica. Di Pietro fu più onesto. Non accettando questa abberrante strumentalizzazione giudiziaria, abbandonò la toga umiliata da Borrelli, e fece un partito, il suo partito, lasciando gli altri sostituti, irretiti dal delirio autoritario di Borrelli, a credere di «sostituirsi» alla politica. Errore fatale. Di Pietro ha pagato più di tutti. E oggi tace, mentre tutti onorano il Borrelli pentito per quello che ha fatto. Ha abbattuto (e letteralmente lasciato morire, senza cure certe) Craxi, per aprire la strada a Grillo e Di Maio. È troppo! Meglio andarsene.

Commenti

baronemanfredri...

Lun, 22/07/2019 - 08:48

NON TUTTI SONO STATI TOCCATI DALLE INDAGINI PERCHE? SI VEDA LE LORO IDEE POLITICHE.

Ritratto di vincenzoaliasilcontadino

vincenzoaliasil...

Lun, 22/07/2019 - 09:00

1)GIUSTIZIA ANM: NO A RIFORME PUNITIVE SONO INACCETTABILI! “ Resistere, resistere, resistere come su linea Piave? Già, ma mio nonno Nicola da soldato mulattiere e amici Pisticcesi, sono morti da eroi e solo grazie a uno Statista come il Presidente Bettino Craxi, ebbero Onori e Pensioncina, quando nel mondo emigrarono: Borrelli è morto e ricordato solo da Giustizialisti e Network che lo sostenevano mettendo alla gogna per anni presunti colpevoli, e poi un trafiletto alla sua innocenza: poi il vomito su Anm e scandalo Palamara senza parole! Insomma, in Tangentopoli abbiamo visto regalare il pedigree “ Mani Pulite ” al PCI, e niente azioni su testimonianza Craxi che accusa Napolitano di aver taciuto sul finanziamento illegale del PCI, ma s’è visto Surrogare per anni il Parlamento e nonostante ciò non visto un miglioramento della Giustizia finché l'ex Presidente dell'Anm Caos Procure, Palamara sospeso dal Csm: per lui né funzioni, né stipendio.

elfrate

Lun, 22/07/2019 - 09:43

se corrisponde al vero molto deluso che un Di Pietro conducesse Borrelli che per l aspetto aveva le sembianze del Dirigente di KGB.....

Darbula

Lun, 22/07/2019 - 10:28

Quante parole cucite ad arte per cercare di riscrivere i fatti con una interpretazione distorta e avulsa dalla realtà. L'Italia onesta è e resterà sempre grata ai magistrati di Mani Pulite. Hanno iniziato a ripulire l'Italia dal lerciume, purtroppo di più non potevano fare. E purtroppo, a distanza di tanti anni, c'è chi prova a dire che nel lerciume si stava meglio. No, l'Italia onesta non dimentica. Onore a tutti i magistrati del pool Mani Pulite!

ectario

Lun, 22/07/2019 - 11:23

Di Pietro e Davigo, il miglior prodotto del "resistere" di Borrelli, basta questo per capire la "grandezza" del colto (forse bisogna rivedere il significato di colto?) e irraggiungibile magistrato. Poi, se la corruzione è diventata 4 volte, non fa importanza, l'importante che l' esclusiva fosse solo di una particolare parte.

VittorioMar

Lun, 22/07/2019 - 11:57

...nessuno si dimentica di chi pur avendo la chiave si blocco"vigliaccamente" d'avanti al portone di via delle BOTTEGHE OSCURE non trovando la toppa....!!!

Lele53

Lun, 22/07/2019 - 12:38

@Darbula. Peccato che lo scopo finale non fosse quello di ripulire, ma quello di sostituirsi al potere. Poi, se permette, la dittatura dell'onestà è comunque dittatura.

buonaparte

Lun, 22/07/2019 - 13:49

vittorio mar . già da subito uscirono le tangenti del pcia tangentopoli ,ma come disse quello della montedison ai pm milanesi non interessava, anzi si arrabbiavano quando loro li parlavano del pci come uno dei piu famelici di tangenti.quello della monteison pote uscire dal carcere solo non parlando piu del pci e parlando solo della dc e psi. quanti degli avvocati delle procure di milano e bologna sono usciti dalla scuola di frattocchie finanziata al pci con i rubli russi che aveva il compito di preparare i comunisti per entrare nello stato- giustizia,sanità,regioni,ministeri e ecc.? in quella scuola si salutavano con il pugno chiuso e cantavano o bella ciao.. ci mancava solo l'alza bandiera con la bandiera dell'urss e poi avevamo chiuso il cerchio