Così riparte l'Italia dei Saloni

Luti riscrive il manifesto del Salone del Mobile sulla parola “impresa”. E i fondi fanno il pieno con il Pir

Lo abbiamo già scritto più volte, il Salone del Mobile, che si apre martedì prossimo a Milano, è una delle manifestazioni più interessanti di questo Paese. E nel suo settore, del mondo. Ci sono molte Fiere, tra le duecento di sapore internazionale, che hanno primati mondiali. Dal food alle macchine utensili. Ma il Salone del Mobile, ci scuseranno i cugini di casa, è un unicum. Così come eccezionale è stata una fiera, se ci passate il termine, di tutt'altro contenuto, che si è tenuta sempre a Milano e sempre in questi giorni. È il Salone del Risparmio, con 4.800 presenze nella sola prima giornata e con numeri da favola. Entrambe le manifestazioni hanno una cosa in comune: riguardano il genio della piccola e media impresa.

Claudio Luti, ritornato alla presidenza del Mobile, ha voluto quest'anno legare la manifestazione ad un vero e proprio manifesto che è molto più di una serie di buoni principi. C'è una lista di parole d'ordine che forse i nostri politici dovrebbero seguire un po' di più, invece di andare a caccia di farfalle con i retini della propaganda. La manifestazione mobiliera di Milano è infatti un vero motore economico per l'Italia: non solo per i suoi duemila espositori (di cui un quinto stranieri), per uno spazio espositivo monstre da 200mila metri quadrati, ma anche per tutto ciò che gli gira intorno compresa la geniale invenzione di Gilda Bojardi direttrice di Interni e il suo Fuorisalone. Altro che Suzy Menkez e le antipaticissime signore della moda. Ma questo è un altro discorso. Torniamo al Manifesto di Luti. Le parole chiave sono impresa, da cui tutto nasce, senza di essa la manifestazione è fuffa. Ma impresa da noi vuole e deve dire qualità, altrimenti siamo morti: non si compete con i ribassi e men che mai con i dazi. Permettete alle imprese italiane di lavorare con qualità ed essere immerse nella nostra cultura e saranno vincenti nel mondo. Certo il sistema conta, è importante che università e giovani forniscano idee fresche e che il networking non sia solo uno smile su Facebook, ma anche un'idea e un concetto raccontato sui social. Il mondo viaggia a duemila e se c'è qualcuno che lo può intercettare è la settimana prossima a Milano: giovani, imprese, università, cultura, social e design.

Tutto ciò ha bisogno ovviamente di quattrini e capitali. Mi raccontavano solo pochi giorni fa, durante un incontro organizzato da Panorama Italia a Firenze, due pionieri del mondo del digitale italiano (Alberto Fioravanti di Digital Magics e Alessandro Sordi di Nana Bianca) che il problema delle nostre start up, delle nostre imprese innovative, è anche quello della scarsità d capitali. Non ci sono gli investitori indipendenti che rischiano la pelle, modello Silicon Valley. Certo la formazione imprenditoriale dei giovani è quello che è, ma anche il nostro mercato dei capitali è asfittico.

Ecco perché dal Mobile al Salone del Risparmio il passo è veloce. Il presidente di Assogestioni, Tommaso Corcos, ci ha raccontato dove sta andando questa industria, che scava nella miniera del risparmio italiano. L'anno scorso, dopo solo dodici mesi di vita, i Piani individuali di risparmio (Pir) hanno fatto registrare l'11 per cento del totale della raccolta netta. Si tratta della bellezza di 11 miliardi di euro (per una media di 13.500 euro a risparmiatore) raccolti da ottocentomila sottoscrittori. Due terzi di loro non avevano mai investito in fondi. Ebbene, gran parte di questa massa di denaro è proprio finita in quelle medie e piccole imprese di cui parlavamo poco sopra. L'idea vincente del Pir è fornire ai risparmiatori un piccolo vantaggio fiscale e dall'altra parte obbligare i fondi a canalizzare queste risorse per almeno un quinto in Pmi italiane. È stato fatto molto di più, circa il doppio. Cinque degli undici miliardi raccolti sono finiti in piccole e medie aziende, alcune delle quali quotate (in questo caso c'è da dire pompando qualche valutazione oggi un po' eccessiva).

Insomma, l'Italia ha un tessuto produttivo che vuole funzionare. E i nostri risparmiatori hanno le risorse, che se messe insieme, possono fornire i mezzi per un salto di qualità delle nostre aziende più innovative e coraggiose. Il risparmio, quasi sempre visto dal nostro legislatore fiscale e dai nostri soloni economisti keynesiani come un problema, è una grande risorsa. Basta metterla al servizio delle nostre imprese, che ne hanno bisogno come il pane.