Ma difenderci è naturale

È facile stare dalla parte dell'orsa uccisa, tanto mica ce l'abbiamo in giardino. Tra l'altro viviamo in un'epoca molto ambientalista e animalista, per fortuna, cosa bella e nobile, ma fino a un certo punto. Il punto in cui i discorsi diventano un po' ipocriti, visto che cresciamo i bambini con Peppa Pig salvo poi servigliela su un piatto a pranzo (checché ne dicano i vegani siamo geneticamente onnivori da centinaia di migliaia di anni, e crescere un bambino con sole verdure significa esporlo a pericolose carenze alimentari). Per cui, di fronte alla notizia dell'abbattimento dell'orsa KJ2 (chi l'ha chiamata così? Sembra il nome di una stella lontana o di una montagna da scalare) ci si commuove come di fronte a Bambi o al Re Leone o a Zootropolis (tutti animali antropomorfizzati) senza considerare che un animale selvaggio è selvaggio, appunto, e come tale si comporta, a meno che non sia in un circo (e meglio libero che in un circo, siamo d'accordo).

Avremmo potuto addormentarla, certo. Avremmo potuto riabilitarla e convincerla a comportarsi come un chihuahua e non come un orso, certo (per quanto ho visto dei chihuahua insopportabili che sono delle vere belve; d'altra parte, per quanto piccoli, hanno il 99% del Dna degli antenati lupi). Sappiate però che per far diventare cani i lupi ci abbiamo messo migliaia di anni tramite la selezione artificiale (in natura non esistevano cani).

In ogni caso, la logica degli animalisti estremi è un'altra: si scandalizzerebbero meno se a morire, anziché l'orsa, fossero state delle persone. Anni fa, tra il 1990 e il 2003, un esploratore ambientalista, Timothy Treadwell, era solito frequentare da vicino i grizzly del Parco Nazionale di Katmai, in Alaska, convinto che fossero buoni come in cartone animato. Treadwell, come documenta un bel film di Werner Herzog (Grizzly man) campeggiava vicino a loro, li seguiva amorevolmente a ogni spostamento, dormiva a pochi metri dalle tane. Lui e la sua compagna sono morti di notte, in tenda, sbranati da un grizzly che semplicemente si era rotto le palle di questo scemo. Morale della favola? Nessuna compassione per Treadwell, solo proteste per la conseguente uccisione dell'orso.

E poi, gratta gratta, dietro c'è sempre il mito del buon selvaggio di Rousseau, che implica il disprezzo della moderna civiltà umana, un'invenzione meravigliosamente occidentale. A molte anime belle piace tutto ciò che è selvaggio, dalle belve feroci agli immigrati africani, perfino se portano il vaiolo (tanto gli stessi sono anche contro i vaccini). Però che strano: gli animali, dicono, vanno lasciati in pace nel loro habitat, i selvaggi umani bisogna portarseli nel nostro, in questo Occidente che, a sentir loro, fa tanto schifo.

Comunque sia, la verità è che in natura tutta queste belle regole non funzionano. Un orso non è un cagnolino, e non è colpa nostra se siamo usciti dalla catena alimentare, anzi è un merito: possiamo fare una passeggiata in centro senza diventare il pasto di qualcuno. Non è neppure colpa dell'orso se si comporta da orso, ma se occorre, noi umani, in quanto specie animale (eh sì, cari animalisti, siamo animali anche noi), abbiamo inventato i fucili.

Commenti

antonmessina

Lun, 14/08/2017 - 18:17

articolo supponente e odioso ma con gli ignoranti che salgono in cattedra e magari vengono pure pagati per scrivere simili idiozie, nulla si può