Elogio di Corioni, che fece fortuna coi wc ma investì tutto nel sogno del bel calcio

E ra un cesso d'uomo, sia detto con ammirazione. Ha fatto sedere l'Italia dei poveri sul water, eliminando la costrizione di accucciarsi alla turca, aiutandoci oltretutto a eliminare qualcosa di musulmano dalla nostra vita. Una settimana fa ha, infatti, abbandonato questa valle di lacrime e di invidie Gino Corioni, 78 anni. Lo hanno seppellito come usava una volta, con la gente che si sposta in corteo dalla casa alla chiesa, poi al cimitero; nel caso, quello di Ospitaletto. Sui bordi della A4 si scorge, poco prima di Brescia, l'insegna della sua vita: Saniplast. Corioni era ancora un giovanotto quando ebbe l'idea di dotare la popolazione dell'attrezzo che prima di allora era un lusso per pochi. Come sintetizza il nome della ditta: sanitari di plastica.Riuscì per prima cosa a piazzarli in Germania. Aveva solo due operai. Uno stampava di giorno, l'altro di notte. Ogni tanto egli caricava i campioni del prodotto e si avviava verso Stoccarda, dopo il tramonto, con la Giulietta Sprint di buona memoria. Si cambiava e si tirava a lucido in un bar vicino al committente, e si presentava come fosse accarezzato dalla frescura. E vendeva sedili per water. Si ingrandì. E subito si buttò nella passione della propria esistenza. Gioia e rovina. Il pallone.Perché so tutte queste cose? Ho avuto una fortuna. In questi anni l'ho frequentato. Corioni mi aveva individuato come il depositario degli insegnamenti ricevuti sgobbando.

Mi propose, mangiando e bevendo con parsimonia salami di cinta senese e rossi di Franciacorta, e una sua certa grappa, di scrivere un libro con lui. Non è il mio mestiere, cercai di sottrarmi. Impossibile evitare il suo fascino. Lottava da anni contro un cancro ai polmoni, e voleva trasmettere qualcosa a qualcuno per mio tramite. Qualcosa che non so ancora bene, non sono idee, ma non sono neppure solamente episodi alla rinfusa. C'è un filo che non so. Forse la passione. Due o tre passioni. La famiglia, il lavoro e il calcio. Ma più di tutto il calcio. Non che lo amasse più della moglie Anna Maria o dei cinque figli, ma senza il calcio non li avrebbe amati tanto. «Non c'è nulla che lo eguagli», mi disse.Corioni infatti è noto al mondo come grande amante del calcio, del bel calcio. Ha guadagnato soldi con i cessi di plastica e li ha buttati via con quelli in carne e ossa? Di certo adorava gli uni e gli altri. Non c'era soluzione di continuità tra i denari che incassava nelle sue fabbriche, costruite lottando contro la concorrenza spietata, che oggi viene dalla Cina, e che buttava in un mondo fatto di galantuomini e di briganti, ma dove i magliari sono vincenti benché non abbiano il potere di annullare la bellezza di un cross. Meglio un cross della grana.Per questo Gino è stato ricordato anche in tv. Presidente del Bologna, squadra in cui inventò con Maifredi il calcio champagne. E quindi del Brescia, il club nel quale giocarono Roberto Baggio e Pep Guardiola, fu scoperto Pirlo e rifiutato Balotelli. Dicono abbia ipotecato la casa per non rinunciare al dominio della società che alla fine cedette pur di non farla perire. L'ultima intervista che Corioni ha dato al quotidiano locale era infarcita di affetto per la sua creatura amata e perduta, il Brescia Calcio.Io ne scrivo qui per debito di gratitudine sportiva e umana. Una delle cose che ha fatto al termine della sua presenza terrena, ormai quasi cieco, eppure pieno di energia prodigiosa, è stato farsi leggere e approvare il manoscritto del libro che ho messo insieme raccogliendo i dialoghi con lui. Rideva contento, al telefono. Nelle sue parole che rileggo si sente l'eco dell'Italia di guerra e di dopoguerra, dell'istituto tecnico, delle ragazze ciarliere che vedeva e ascoltava fuori dal bar, fino alla più bella donna di Brescia che diventò moglie sua; e fino alla passione travolgente per il calcio, la sua rovina e la sua gloria, il pretesto e il senso di una bella vita piena di coraggio.Vittorio Feltri