Quel film sulla mafia che fa infuriare Mattarella

Ce l'avevamo quasi fatta. Mancava poco e sarebbe stata una delle poche mostre del cinema, da anni, senza uno scandalo o una polemica. E invece, all'ultimo giorno, scoppia il caso: mentre in sala si presenta l'ultimo film in concorso, La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco, viene annunciato che la conferenza stampa è annullata, cosa peraltro abbastanza rara... Né il regista - il quale non è neppure venuto a Venezia, ma la sua allergia ai festival è nota - né i produttori avrebbero parlato del film. E forse in quel momento era un bene, perché qualche dichiarazione a caldo avrebbe rischiato di peggiorare le cose. È noto che la migliore parola, a certe latitudini, è quella che non si dice. E se il film non «dice», di certo allude: al silenzio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, palermitano, sulla sentenza che nell'aprile 2018, nel processo sulla trattativa Stato-mafia, ha condannato a dodici anni di carcere Mario Mori, Antonio Subranni, Marcello Dell'Utri, Antonino Cinà, Giuseppe De Donno... i cui volti scorrono su piccoli schermi dentro il grande schermo cinematografico poco prima dei titoli di coda...

E così al Lido torna Franco Maresco, che qui nel 2014 presentò - ma fuori concorso - il film Belluscone. Una storia siciliana, di cui La mafia non è più quella di una volta è un possibile seguito. La nuova storia, questa volta, dentro il film-documentario, è quella di Franco Maresco che nel 2017, a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D'Amelio, attraversa la sua Palermo per cercare di capire cosa è cambiato, se è cambiato, nel rapporto tra la città e Cosa nostra, e cosa sono oggi Falcone e Borsellino per i suoi concittadini. Icone? Eroi? Un fastidio? Fantasmi ingombranti? Un esempio? Una seccatura?

Maresco, molto pessimista, accompagnato dalla fotografa di fama mondiale Letizia Battaglia, molto ottimista, parla con la gente, incrocia il corteo di studenti pro Falcone & Borsellino (e l'amarezza è vedere come la commemorazione sia diventata una sorta di sagra paesana e i due giudici poco più di «santini» usati per allontanare il malocchio della mafia), fa tappa in piazzale Anita Garibaldi, davanti alla statua di don Pino Puglisi, che proprio qui fu assassinato dalla mafia nel settembre 1993 (scoprendo un'inquietante somiglianza fra la raffigurazione lignea del prete e Silvio Berlusconi), si fa largo nelle frattaglie antropologiche della città, e poi reincontra una vecchia conoscenza dei cinefili fedeli a Franco Maresco: ossia Ciccio Mira (già visto appunto in Belluscone), il mitologico organizzatore di feste di piazza «legali e illegali». Il quale, forse cercando il riscatto come uomo e come manager, sta allestendo allo Zen di Palermo un concerto in memoria di Falcone e Borsellino con un gruppo di imbarazzanti cantanti neomelodici, dove tutti vogliono essere la star della serata ma nessuno se la sente di ripetere l'invito del regista, cioè gridare: «No alla mafia»... E gli aggettivi dell'evento sono gli stessi che si possono accostare al cinema di Maresco (prima e dopo la rottura del sodalizio professionale con Daniele Ciprì): surreale, ironico, grottesco, tragico, cinico, graffiante, assurdo, beffardo... Il lato comico del concerto, lo vedrete, è inarrivabile. Il lato tragico, è che è tutto vero. Se la musica della festa è molto confusa, il tono del film è chiaro: una critica pesante all'antimafia di facciata, l'ammissione dell'omertà genetica dei siciliani e la constatazione che la mafia forse non sarà più quella di una volta, ma forse è addirittura peggio.

Ed eccoci al (sotto)finale: prima lo svelamento, raccontato con tavole a fumetti in b/n, dell'amicizia nata negli anni Sessanta tra Ciccio Mira e la famiglia Mattarella, e poi l'esito del processo sulla trattativa Stato-mafia sulla quale il presidente della Repubblica ha preferito tenere un inscalfibile (siciliano) riserbo. «I palermitani ce l'hanno nel Dna, il silenzio», dice l'impresario Ciccio Mira, incalzato dal regista Franco Maresco. Nota a margine: indiscrezioni, ma molto affidabili, riferiscono che la versione del film portata a Venezia sia stata accorciata di alcune scene più «pesanti». E in serata è dovuto persino intervenire il consigliere per la comunicazione del Quirinale, ricordando - quasi fosse una giustificazione - che «tra le cose che il presidente della Repubblica non può fare vi è ovviamente quella di commentare processi e sentenze della magistratura».

Insomma, ce n'è abbastanza per fare diventare il film di Franco Maresco - molto divertente, e applauditissimo alle proiezioni per le stampa - il caso del giorno, e forse del festival, nonostante il produttore e Letizia Battaglia, presente al Lido, abbiano poi cercato di smorzare i toni («Mattarella è una persona per bene, non c'entra niente, sta facendo cose buone - ha detto la fotografa, che oggi ha 83 anni -. E sul silenzio... be', io non lo so perché il presidente non prese la parola»). Certo sarà difficile per la Giuria internazionale capire qualcosa delle intricate vicende italiane che, come si sa, sono «cose nostre».

Luigi Mascheroni