Fissi vs precari La guerra civile nella giungla del lavoro

Precari contro garantiti e viceversa. La storia dei dipendenti della Tigotà, i negozi che vendono cosmetici, detersivi e prodotti per la casa, racconta non solo una guerra per la sopravvivenza, ma è lo specchio in frantumi di una terra in crisi economica e sociale. Tutto comincia con lo sciopero dei dipendenti di due società, Winlog e Logup, che lavorano in appalto per la Tigotà. Non gli hanno rinnovato il contratto. Sono giorni che stanno bloccando gli stabilimenti di Padova e Broni, in provincia di Pavia. Non fanno partire e arrivare merci. Lo sciopero, però, sta danneggiando gli operai della Tigotà, che sono scesi in strada contro i blocchi e chiedono di poter tornare al lavoro. I Cobas stanno con i precari e i sindacati tradizionali difendono chi lavora a tempo indeterminato. È una storia in cui tutti sembrano avere le loro ragioni e mostra come la realtà abbia più sfumature rispetto a come viene raccontata. L'errore è nello sguardo. La tendenza è rappresentare un'Italia in bianco e nero, binaria, dove ci sono solo due opzioni contrapposte, zero o uno, testa o croce, senza via di scampo, senza sfumature, come un disegno piatto senza prospettiva e profondità. Lo fanno tutti: i politici, gli intellettuali, gli opinionisti in tv, quelli che spargono sentenze sui social. È un fenomeno di massa. Tutti con la certezza di non avere dubbi. Ma chi sono i buoni e i cattivi? Solo che poi la realtà complica le cose.

Il lavoro è uno dei temi su cui il Conte bis ha dichiarato di voler mettere le mani. Non è detto che lo farà, proprio perché manda in crisi le certezze dei due partiti di maggioranza. I grillini sperano nel voto dei precari, il Pd non vuole perdere quello dei lavoratori tradizionali, ma tutti e due in una battaglia del genere sono spiazzati dal non saper indicare un nemico preciso. Il rischio è scontentare tutti. È quello che sta accadendo con il decreto sui rider, i precari delle consegne a domicilio, i professionisti su due ruote di Glovo, Uber Eats o Deliveroo. È stato disegnato da Di Maio quando ancora era alleato di Salvini. Ora Nunzia Catalfo, nuovo ministro del Lavoro, lo sta rivedendo. Il punto centrale resta sempre il salario minimo e l'abolizione del cottimo. I Cinque Stelle sono convinti che questo sia il modo migliore per garantire i rider. Il guaio è che molti non sono d'accordo, perché dopo aver fatto due calcoli hanno scoperto di guadagnare di meno. Il salario minimo senza il cottimo aiuta chi pedala poco e danneggia chi facendo più consegne riusciva a guadagnare più di 3000 euro al mese. Non solo. Il salario ti toglie la libertà di scegliere quando e come lavorare. A quel punto è l'azienda che decide. Molti rider non vogliono rinunciare alla flessibilità. È una scelta di indipendenza non prevista da Di Maio. Troppe sfumature e la politica in bianco e nero va in tilt.