«Gentiloni ministro crociato» L'Isis dichiara guerra all'Italia

Renzi: «Pronti a una missione Onu». Islamisti sempre più minacciosi, in Libia puntano alla capitale. I connazionali rimasti sono meno di 200

Da ieri mattina siamo in guerra. La dichiarazione firmata dallo Stato islamico arriva dalle antenne di Radio Al Bayan, l'emittente di Mosul considerata la voce ufficiale del Califfato. Da ieri mattina Radio Al Bayan cita Paolo Gentiloni, definendolo «ministro degli esteri dell'Italia crociata» e accusandolo di aver annunciato la decisione dell'Italia «di unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee ( le Nazioni unite ndr ) per combattere lo Stato islamico». Accuse a cui risponde direttamente Renzi dicendo che «l'Italia è pronta a fare la sua parte» in una missione Onu: «Noi abbiamo detto all'Ue e alla comunità internazionale che è ora di farla finita di dormire. La Libia è qualcosa che riguarda tutti noi quindi ci vuole una missione più forte dell'Onu».

Così il governo Renzi - rimasto per un anno inerte di fronte al caos libico - si ritrova sospinto in prima linea dal naturale corso degli eventi. Prima del governo rischiano però di farne le spese i pochi italiani rimasti nella ex colonia. Lì la presenza più evidente è senza dubbio quella della nostra ambasciata. Dentro la rappresentanza diplomatica, l'ultima ancora aperta fra quelle occidentali, continuano a lavorare una decina di diplomatici e funzionari guidati dall'ambasciatore Giuseppe Buccino Grimaldi. Uno dei loro compiti più urgenti è tracciare un quadro esatto dell'ormai sparuta, ma confusa presenza italiana. Una presenza che a dar retta alla Farnesina non supera le 170 unità se si considerano solo i cittadini con passaporto italiano. Le cose si fanno assai più complesse se bisogna, invece, inseguire anche i circa 200 cittadini con passaporto italiano e libico. Anche perché spesso si tratta di libici a tutti gli effetti nati e cresciuti nella nostra ex colonia. Anche volendo fare i conti soltanto con i 170 detentori di passaporto italiano la faccenda non è semplice. Uno dei casi più complessi all'interno di quel piccolo, ma variegato e multiforme micro universo è quello di Giulio Lolli, un ex imprenditore riminese inseguito da un mandato di cattura internazionale per bancarotta internazionale. A sentir lui - già sopravvissuto per otto mesi alle galere di Gheddafi tra il gennaio e il settembre 2011 - la Libia resta il migliore degli inferni possibile. O almeno quello ancora preferibile rispetto alle galere italiane. «Qui è tutto tranquillo, anzi scrivi pure tranquillissimo - ripete Lolli a il Giornale - ieri sera sono stato in giro fin dopo mezzanotte e ora son qui a bermi un caffè con gli amici. Tutti amici libici ovviamente perché d'italiani non se ne vede più neppure uno. Eppure la situazione non mi sembra drammatica, le strade sono affollate e io mi sento assolutamente tranquillo». Chi, però, a differenza di lui può permettersi il lusso di scappare non ci pensa un attimo. «Ormai non si girava più, si viveva in una strana condizione di prigionieri. Guardavi fuori e tutto sembrava normale, ma ogni mattina le voci dietro le quinte ti facevano capire che anche a Tripoli stava succedendo il finimondo. Per questo pochi giorni fa abbiamo deciso di mollare tutto e ce ne siamo tornati a casa» racconta a il Giornale un imprenditore appena rientrato che non vuole rivelare il proprio nome per non mettere a rischio le attività e i magazzini abbandonati dall'altra parte del Mediterraneo.

Ma gli imprenditori non sono i soli ad arrendersi. Ormai anche i veterani più incalliti si preparano ad abbandonare Tripoli. «Vado via domani. Mollo tutto. E per la prima volta mi chiedo se riuscirò a tornare» spiega con voce affranta Bruno dal Mosso. Bruno, 81 anni è il custode silenzioso dei resti di oltre settemila italiani sepolti nel cimitero di Tripoli tra l'inizio del secolo ed i primi anni 80. Per trent'anni lui e sua moglie Nura hanno scavato, riesumato, identificato, trasferito in cassette numerate le ossa dei nostri connazionali. Un lavoro immane valso ad entrambi il titolo di Cavaliere. Un lavoro che rischia di venir vanificato dal nuovo imminente caos libico. «Me ne vado con il cuore spezzato, ma restare sarebbe molto, molto pericoloso. Ormai non sappiamo neppure cosa succeda a un chilometro da qui. Siamo circondati da manigoldi scatenati e tagliagole carichi di droga. E l'Isis è ormai pronto a prendere anche la capitale. Anzi sono già dentro. Sono ovunque per questo me ne vado. Per questo seppur con grande dolore abbandono il cimitero e le settemila salme che per 30 anni ho protetto e custodito».

Per la Farnesina in Libia ci sono ancora anche circa 200 cittadini con passaporto italiano e libico

Secondo le stime della Farnesina sono circa 170 i cittadini italiani rimasti ancora in Libia