La guerra del grano. Ai consumatori pasta made in Canada

La "guerra" del grano italiano contro quello straniero. L'analisi della Coldiretti e la risposta di Confagricoltura

L'analisi della Coldiretti è spietata: un pacco di pasta su tre è fatta con grano straniero come anche il cinquanta per cento del pane venduto in Italia.
Una tradizione, quella del grano, tutta made in Italy e, soprattutto made in Puglia, messa sotto scacco dalle logiche del mercato internazionale che hanno creato non pochi malumori tra i produttori italiani. Sotto attacco è lo sbarco di grano straniero destinato alla produzione di pane e pasta senza alcuna indicazione in etichetta della reale provenienza, con l'inganno consumato ai danni dei consumatori e la concorrenza sleale nei confronti dei produttori italiani impegnati a garantire qualità e sicurezza dei raccolti. "I prezzi del grano duro in Italia nel 2016 – ha sottolineato, in una nota, la Coldiretti - sono crollati del 31 per cento rispetto allo scorso anno su valori al di sotto dei costi di produzione. Così si mette a rischio il futuro del granaio Italia. In pericolo non c'è solo la produzione di grano di oltre trecentomila aziende agricole, ma anche un territorio di 2 milioni (circa) di ettari col pericolo di desertificazione. Oltre al mantenimento di un alto standard qualitativo per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy.”
Parole dette in occasione dello sciopero dei produttori al porto di Bari per fermare le navi straniere con il carico di grano. Quest’azione, però, ha risvegliato i malumori di Confagricoltura secondo cui questo è un problema non recente e protestare per fermare le navi di importazione non serve a nulla perché vigono le convenzioni internazionali che permettono il commercio. “Il grano pugliese è sul mercato globale, ma senza regole uniformi” denuncia Francesco De Filippis, produttore di grano, parte del consorzio Global Fresh Fruit. E continua “Noi ci dobbiamo attenere a dei parametri di qualità europei (don e aflatossine) molto alti. Inoltre – continua il produttore pugliese – la qualità è un fattore discriminante, ma l’80 per cento delle vendite lo fa il prezzo. Quindi noi ci possiamo vendere la qualità e il marchio soltanto cercando delle nicchie che valorizzino in maniera estrema il prodotto italiano. Questo, però, non sempre viene completamente ricompensato dallo scarto di prezzo che poi andiamo a spuntare sul mercato”. Insomma, in poche parole, produrre grano agli italiani non conviene. “Non si può più stare da soli – conclude De Filippis – bisogna unirsi in consorzi per poter affrontare il mercato”. “La ricerca non è stata in grado di fornirci un grano all’altezza delle nostre necessità”. E’ tutta colpa della ricerca, invece, per il presidente nazionale di Confagricoltura, Mario Guidi, una questione di ricerca. Per Sante Ferrulli, produttore di grano è colpa dei politici e grida: “Noi non sopportiamo più questo sopruso. E’ devastante perché il nostro grano è vero invece quello che arriva è senza controlli. E i giudici che fanno? I consumatori sono le prime vittime del sistema. Penso che ci sia anche una manovra da parte delle case farmaceutiche – azzarda - che autorizza il mercato di grano senza controlli alla micotossina che porta ad atrofizzare le mani”. Una “guerra” del grano le cui origini sono legate al profitto. Rispetto alla questione "guerra" del grano, l'associazione Aidepi, che riunisce per Confindustria le aziende del dolce e della pasta, ritiene che "la sicurezza del grano è garantita dalla normativa dell'Unione Europea, da costanti controlli delle autorità italiane, notoriamente tra le più attente ed efficienti in Europa, e da numerosissimi controlli delle aziende pastaie." Per cui, secondo gli aderenti a Confindustria non sono necessarie battaglie ideologiche sull'origine del grano.
Eppure c’è chi ha scritto pagine di storia con la “battaglia del grano”. Era Mussolini: dittatore sì, ma almeno la sua manovra portò all’aumento della produzione nazionale, inibendo l’importazione straniera.