I veri caproni? Al ministero

P oi dicono il nichilismo. Ma come fa un povero ragazzo a credere in qualcosa, ad esempio in se stesso, se perfino all'esame di maturità gli dicono che non vale nulla e che anzi la sua esistenza è solo un danno? Giorgio Caproni è un grande (...)

(...) poeta di cui gli ineffabili ministeriali, per la prima traccia del tema di italiano, sono andati a pescare una sua poesia piccolissima, una poesia disumana e diseducativa il cui titolo è abbastanza significativamente «Versicoli» e che l'autore, sempre abbastanza significativamente, non aveva pubblicato in vita. Una poesia postuma e mortifera che finisce così: «Come / potrebbe tornare a essere bella, / scomparso l'uomo, la terra». Siccome nel testo, quanto di più manicheo, la natura rappresenta il bene e l'uomo il male, il poeta sta indirettamente invitando il lettore al suicidio. E non mi si venga a dire che il genere poetico è per sua natura metaforico e retorico: nella repubblica delle lettere Caproni gode la meritata fama di autore onesto e diretto e le sue poesie, compreso questa, significano esattamente ciò che dicono. Caproni sembrerebbe a prova di capra eppure qualcuno al ministero non ha capito la pericolosità di questa lirica, oppure l'ha capita e l'ha fatta esplodere nella testa di 550mila studenti proprio per minarne la già traballante autostima. Terza possibilità: i ministeriali hanno puntato sui versi «E chi per profitto vile / fulmina un pesce, un fiume, / non fatelo cavaliere / del lavoro». Facendo insomma una scelta tutta ideologica e anti-industriale, in linea con l'ambientalismo pauperista e masochista grazie al quale molti dei ragazzi faticheranno a trovare un impiego. Cosa metteranno sotto i denti? I cavedani del Lambro non più inquinato dal «profitto vile»?

La traccia Caproni ha qualche rapporto col tema di argomento storico, centrato sul miracolo economico. Leggendo le tracce di seguito i 550mila malcapitati avranno fatto due più due quattro: eccolo qui il «profitto vile»! Tutta colpa della «accumulazione capitalistica nazionale di ampia portata» di cui parla nel virgolettato lo storico Piero Bevilacqua... È stato detto che un filo conduttore delle tracce è il lavoro: a me, pensando inoltre alla traccia sulla robotica, sembra piuttosto la disoccupazione. Può darsi che i ministeriali abbiano deciso di fare campagna per i Cinque stelle: quando hai finito di leggere la lunga pappardella di temi, tracce e citazioni puoi sperare soltanto nel reddito di cittadinanza, altre prospettive non vedi. Ma il filo più evidente resta quello del rapporto fra uomo e natura, come ha detto la ministra Fedeli, o della subordinazione dell'uomo alla natura, come dico io.

Anche la seconda traccia, «La natura tra minaccia e idillio nell'arte e nella letteratura», va nella stessa direzione. Dopo il peggior Caproni ci mancava solo il Leopardi più negativo e infatti in questa traccia il cantore del pessimismo cosmico non manca, con un virgolettato che mette voglia di buttarsi nel cratere dello «sterminator Vesevo».

Peccato per i ragazzi e peccato pure per Caproni, il cui capolavoro, «Litania», a differenza dei versicoli postumi stimola a vivere e godere: «Genova che non mi lascia. / Mia fidanzata. Bagascia». Gli 89 distici dedicati alla città prediletta sono un inno all'amore, alla vita, perfino all'imprenditoria: «Genova mercantile, / industriale, civile. / Genova d'uomini destri. / Ansaldo. San Giorgio. Sestri». Mentre leggi, esaltato dalle rime, ti viene voglia di formare una famiglia o fondare una start-up: questo era il Caproni che ci voleva.

Camillo Langone