L'Audi e quei lavoratori schiavi nei lager nazisti

Secondo uno studio commissionato dalla casa automobilistica, Auto Union, antenata di Audi, avrebbe impiegato decine di migliaia di prigionieri dei lager nelle proprie fabbriche

Uno studio choccante: prigionieri dei campi di concentramento nazisti sarebbero stati costretti a lavorare come schiavi negli impianti di Auto Union, l'antenata dell'attuale Audi. Lo rivela una ricerca commissionata dalla stessa casa automobilistica tedesca e pubblicata oggi.

Richard Bruhn, unanimemente ritenuto il 'padre di Auto Union' sarebbe stato responsabile, grazie alle sue connessioni con i vertici del regime nazista, di uno sfruttamento su larga scala dei prigionieri detenuti nei lager. Secondo lo studio commissionato dall'Audi sarebbero addirittura sette i campi controllati dalle SS dedicati al servizio di Auto Union, per un totale di 3700 prigionieri coinvolti. Altri 16.500 lavoratori schiavi, inoltre, sarebbero stati impiegati nelle due fabbriche di Zwickau e Chemintz, nella regione tedesca della Sassonia.

Secondo gli storici Martin Kukowski e Rudolf Boch, supervisori del progetto, Auto Union sarebbe pertanto "moralmente responsabile" della morte di circa 4.500 prigionieri detenuti nei lager.

In Germania le reazioni sono state di grande indignazione: il sindaco di Ingolstadt, città-patria di Audi, ha comunicato che intende ribattezzare la via intitolata a Bruhn, mentre la stessa Audi si è detta disponibile a risarcire eventuali superstiti ai campi di concentramento legati ad Auto Union.

Commenti

alberto_his

Mar, 27/05/2014 - 09:49

Audi non era sola, vedasi al capitolo IG Farben succursale della Standard Oil.

Raoul Pontalti

Mer, 28/05/2014 - 15:51

L'universo concentrazionario tedesco era funzionale all'industria bellica del Reich e i prigionieri non tutelati dalle convenzioni di Ginevra (come i Russi, ben più numerosi degli Ebrei) venivano sfruttati come bestie. La gran parte delle ditte tedesche che producevano materiale bellico e strategico (come la gomma e la benzina sintetiche) utilizzavano prigionieri, molti dei quali morirono sotto i bombardamenti dei campi e delle fabbriche dove lavoravano. Gli eventuali sopravvissuti sarebbero almeno ultraottuagenari e per lo più ultranonagenari. Per contro andrebbe ricordato che scienziati, tecnici e operai tedeschi dopo la guerra furono forzatamente costretti a lavorare in analoghe condizioni di sfruttamento per gli Alleati, segnatamente per gli USA, per tacere dell'oltre un milione di prigionieri tedeschi morti per stenti e sevizie nei campi di prigionia occidentali dopo la fine della guerra.

piertrim

Gio, 29/05/2014 - 12:09

Acqua in bocca, dei vecchi tedeschi nessuno sapeva e nulla hanno mai raccontato ai nuovi.-