Leonardo è nostro (però non ha confini)

Forse per la prima volta non condivido una posizione, scellerata, di Italia Nostra che ha ottenuto dal Tar la sospensione del prestito dell'Uomo vitruviano, il celebre disegno di Leonardo, conservato all'Accademia di Venezia, favorendo una posizione retriva, di pura ritorsione per il mancato prestito della Gioconda all'Italia, che invece cederebbe e concederebbe l'Uomo vitruviano. Non è un divieto al prestito ma una sospensione temporanea, in attesa della sentenza prevista per il 16 ottobre, che comporta l'intollerabile subordinazione del ministro dei Beni culturali e dei suoi tecnici e restauratori favorevoli al prestito e smentiti provvisoriamente da un'azione giudiziaria. La confusione è totale, e anche l'attribuzione delle competenze. Mutatis mutandis, è come il contrasto giudiziario sul tema della migrazione, e la controversia tra Salvini e i magistrati di Agrigento.

Il potere della politica è del tutto evaporato, anche in un caso di sottile diplomazia culturale come quello, sostenuto con grande efficacia e dialogando, con il suo giovane corrispondente francese Françoise Nyssen, da Franceschini.

Quello che Italia Nostra ignora, nella sua miope polemica, non è solo che l'Uomo vitruviano, senza utilizzarlo per ritorsione, può serenamente viaggiare, non è fragile e non corre rischi, ma che non prestarlo non porterebbe alcun vantaggio all'Italia, perché il disegno non sarebbe esposto ma starebbe nei depositi dell'Accademia dove, anch'io, da Soprintendente a Venezia, l'ho sempre visto. Veramente qualcuno potrebbe pensare di barattarlo con la Gioconda, come il solerte e simpatico deputato Mollicone, con il quale, in Commissione cultura alla Camera dei deputati, davanti a Franceschini, abbiamo anche polemizzato? Ciò che Italia Nostra e Mollicone ignorano, o fingono di non sapere, è che lo scambio, vantaggioso per noi, c'è stato, nonostante le insinuazioni e i pettegolezzi sulla diversità dei «pesi». È vero che l'Uomo vitruviano è un simbolo universale, ma è altrettanto vero che è un non fragile disegno che può essere esposto in condizioni di assoluta sicurezza e con i «lumen» che ne preservino l'integrità, come sanno i tecnici esperti; e che, nell'accordo, esso è stato concesso al Louvre per una ragione molto chiara. Le celebrazioni di Leonardo nel 2019, di Raffaello, nel 2020 e di Dante, nel 2021 (e, in attesa, di Canova, 2022, tutte date relative all'anno della morte) sono state incardinate in comitati ministeriali insediati soltanto nel febbraio 2018, un tempo troppo breve per il primo (Leonardo), con le celebrazioni conseguenti. Si è così ragionevolmente convenuto di realizzare, in Italia, iniziative marginali o minori, mentre la grande mostra di Leonardo non poteva che essere quella, già da anni impostata, con tutti i prestiti e le garanzie relative, dal museo del Louvre, dove l'Uomo vitruviano sarebbe (e, spero, sarà) in ottima compagnia.

Non ha senso quindi immaginare uno scambio di Leonardo con Leonardo, ma è giusto, logico e previsto che lo scambio sia con Raffaello che, con il tempo utile per organizzare le importanti mostre, sarà celebrato a Roma, alle Scuderie del Quirinale, e a Urbino, in Palazzo ducale. Nell'intesa tra ministro italiano e francese, il Louvre darà all'Italia due capolavori assoluti, di importanza pari all'Uomo vitruviano: il Ritratto di Baldassarre Castiglione e l'Autoritratto con un amico, mirabile, di Raffaello. Bravo Franceschini. E nessun dubbio, in uno Stato vero come la Francia, che nessuna autorità contrasterà la decisione del ministro francese.

In Italia invece nulla è certo, se non che da una sentenza negativa del Tar (e magari da una successiva del Consiglio di Stato) deriverà, inevitabilmente, che la Francia non presterà i due dipinti di Raffaello, cadendo i fondamenti dell'accordo. Così avremo ottenuto uno straordinario risultato: non vedremo, né in Francia né in Italia, l'Uomo vitruviano (che, a Venezia, vive nei depositi), e non vedremo, nella mostra di Roma, i due capolavori di Raffaello.

Un ottimo risultato, grazie alla insensata azione di una Italia Nostra, che sembra sempre più Fratelli d'Italia. Bravi, peraltro, come il mio collega Mollicone; ma pronti a ossequiare il vizio, o il piacere, di dire sempre no del compagno Montanari che si dimise da Italia Nostra perché troppo amico di Franceschini. Adesso possono, revocabilmente, chiedergli di tornare.