Mafia agrigentina, i macabri retroscena: "Uccido anche i bambini"

L'operazione "Kerkent", posta in essere nelle scorse ore dagli uomini della Dia contro la mafia agrigentina, tracciano il profilo del nuovo boss di Agrigento: vessazioni, minacce ed anche violenze sessuali, ecco il volto dei criminali emergenti

Al principale sospettato la notifica del fermo viene consegnata all’alba direttamente in carcere: è lì che Antonio Massimino si trova già dallo scorso 6 febbraio, quando i Carabinieri scovano presso la propria abitazione un vero e proprio arsenale.

È lui l’uomo nuovo della mafia agrigentina, è lui che prova in qualche modo a ricostruire e ricongiungere la “famiglia” della città dei templi, così come emerge dalle carte del blitz “Kerkent”. Uomo nuovo, quello di Massimino, ma fino ad un certo punto. Quando un mese fa ritorna in galera, Antonio Massimino ben conosce la struttura penitenziaria di contrada Petrusa: da lì esce soltanto nel 2015 dopo essere coinvolto negli anni ’90 in alcuni dei primi ed importanti blitz contro la mafia agrigentina, ossia le operazioni “Akragas” e “San Calogero”.

Ma all’epoca sembra uno dei giovani “picciotti” al servizio dell’allora boss Cesare Lombardozzi, referente della cupola provinciale di Agrigento nella città capoluogo. Sì perché, e questo non è mai da sottovalutare quando si parla di mafia agrigentina, la geografia di cosa nostra da queste parti non coincide (come spesso avviene nel resto della Sicilia) con quella politica. Agrigento è sì il capoluogo della provincia, ma le famiglie più importanti risiedono nei paesi vicini. I Fragapane di Santa Elisabetta negli anni ’90, la famiglia Di Gati di Racalmuto ad inizio anni 2000, passando poi per gli ultimi due latitanti della provincia: Giuseppe Falsone di Campobello di Licata e Gerlandino Messina di Porto Empedocle, entrambi catturati nel 2010. Personaggi e clan che rilegano il capoluogo quasi ai margini del vertice mafioso, ma che non fanno della città un luogo meno vessato dal fenomeno della criminalità organizzata. Anzi, il potere di cosa nostra ad Agrigento appare ben ramificato e, tra gli anni ’90 e 2000, Cesare Lombardozzi risulta abile referente ed astuto mediatore anche se passa più tempo in galera che in libertà.

È proprio Lombardozzi ad indicare in Massimino il suo erede. E per l’ex picciotto, forse questo assaggio di potere significa un via libera per accentuare i lati più violenti del suo carattere. Gli inquirenti riscoprono infatti un criminale ben in linea con la personalità di chi vuole riconoscenza a tutti i costi, anche usando le maniere forti. E così, nel corso delle indagini che portano al blitz, le intercettazioni ambientali rivelano un Antonio Massimino che minaccia altri affiliati con un cacciavite e percuote a schiaffi gente rea di non essere in linea con i suoi ordini: “Posso anche uccidere un bambino se è il caso”, ripete mentre prova a far capire le sue intenzioni minacciose.

L’episodio più odioso riguarda anche una violenza sessuale, ennesima prova della mancanza di freni inibitori per il novello capo famiglia. Rapisce infatti un uomo di 38 anni: la sua colpa sarebbe quella, secondo Massimino, di aver truffato un affiliato di cosa nostra che di mestiere gestisce una rivendita di auto. Oltre a minacciare il “sospettato”, fa anche prelevare la sua convivente, una donna di 34 anni. Quest’ultima, sotto la minaccia di armi, è costretta a subire ripetuti palpeggiamenti nelle parti intime.

Un boss senza scrupoli dunque che, come scrivono gli inquirenti, dal 2015 prova a rimettere in piedi sotto la sua direzione la famiglia agrigentina. E con questa violenza e con tali modi prevaricatori, riesce nell’intento di avere sotto il suo comando la famiglia Messina di Villaseta, quartiere a sud del centro di Agrigento, e l’omonima famiglia di Porto Empedocle. All’interno del sodalizio abbattuto oggi dall’operazione Kerkent, vi è infatti anche Valentino Messina, fratello dell’ex capomafia Gerlandino Messina.

La base operativa del gruppo è un’anonima struttura adibita ad autolavaggio in uso a Giuseppe Messina, posta tra i quartieri di Villaseta e Monserrato. Lì si fanno le riunioni, i vertici per decidere strategie e per impartire ordini. Un vero e proprio quartier generale di Massimino, da cui si dipanano gli affari delle famiglia mafiosa di Agrigento. Interessi in primis legati alla droga: ci si rifornisce di sostanze stupefacenti grazie ai rapporti con le ‘ndrine calabresi, così come con i contatti con la mafia del quartiere Noce di Palermo e con la Stidda di Palma di Montechiaro.

Un intreccio che spiega il motivo per il quale il blitz delle scorse ore coinvolge più province, sia in Sicilia che in Calabria ed in Emilia Romagna. Tra i 32 arrestati, anche l’ex capo ultras della Juventus, l’agrigentino Andrea Puntorno.

Violenza, prevaricazione, minacce: elementi che da sempre caratterizzano cosa nostra, a cui non sfugge né Massimino e né ovviamente la famiglia agrigentina. L’operazione svela questi contorni ma, al tempo stesso, porta a galla una realtà sempre più assottigliata e braccata e dove, al posto dei vecchi boss, vengono piazzati ex gregari tanto violenti quanto, spesso e volentieri, inesperti.