La mafia non si discute: o c'è, o no

Caro Pignatone, no. Lei ha una responsabilità che non può consentirle di dubitare dell'Ordine giudiziario di cui fa parte

Caro Pignatone, no.

Lei ha una responsabilità che non può consentirle di dubitare dell'Ordine giudiziario di cui fa parte. In primo luogo, ce lo hanno detto in tutti i modi, «le sentenze non si discutono». Se le discute un magistrato, il mondo va a rovescio: è come un prete che bestemmia. Prima la magistratura, poi i politici di sinistra da D'Alema a Bersani, giù giù fino a Renzi, hanno dichiarato, per distinguersi dalla destra: le sentenze vanno rispettate anche se appaiono ingiuste. Io, spesso, ho criticato la magistratura, a partire dal caso Contrada, con gli esiti sconcertanti che conosciamo. Ma leggere oggi lei, caro Pignatone, fa risentire le parole di Berlusconi attraverso la sua voce. Oggi Berlusconi tace, mentre lei viene intervistato dal Corriere della Sera e da Repubblica e dichiara: «Ma a Roma la mafia c'è».

Lei si sente ferito in prima persona e mette in discussione l'equilibrio e il rigore dei suoi colleghi. Giunge a dire come un Cicchitto d'altra epoca: «Io non mi rassegnerò mai».

Lei ha la grave responsabilità di avere caricato su Roma un'ipotesi di condizionamento mafioso come una aggravante, così da dare maggiore rilievo a un processo tenutosi in una città grande, ma svantaggiata rispetto a vere capitali della criminalità come Palermo e Reggio Calabria. Roma è come le sedi disagiate delle ambasciate: occorreva innalzarla a una dignità criminale meritevole del suo operoso e consapevole impegno. Non è stato un errore, ma una deliberata trasfigurazione di reato.

Lei puntualizza: «Dire che con le nostre inchieste abbiamo cambiato il corso politico degli eventi a Roma, che abbiamo esposto la città al ludibrio del mondo, significa attribuirci un uso politico della giustizia penale che non abbiamo in alcun modo esercitato». Non lo penso, infatti. Penso che lei abbia fatto un abuso procedurale, chiamando un reato con un altro nome, con assoluta lucidità e piena consapevolezza, e non discuto con quale fede e quale ragione. Lei sa che la sentenza è giusta. Ma non può accettare la sconfitta di una vita: finire a Roma per occuparsi di quattro attrezzati rubagalline.

La mafia non è un'opinione e noi abbiamo il diritto di chiedere allo Stato di dirci, al di là delle convenienze politiche, cosa sia e dove sia la mafia. E lei non può non saperlo. Lei non può agitare le acque. Lei non può, lei non deve rendere indefinite e ambigue situazioni certe. Ed è questo che è avvenuto nel conflitto con la corte giudicante, costituita da suoi colleghi, sicuramente integerrimi, in regime di non separazione delle carriere. Pubblico ministero e giudice sono intercambiabili. Quindi lei ha messo in discussione la meditata certezza della sentenza, trasformandosi in avvocato dell'accusa. I sottotitoli dei giornali evidenziano questa intollerabile confusione: Gasparri: «I pm vadano a casa». Giachetti: «Basta speculazioni». Ma Zingaretti e Orfini attaccano: «Le infiltrazioni ci sono». Poveretti! Dilettanti di inchieste. Non come lei. E lei si vuole confondere con loro? Gridare all'errore giudiziario? Per quale ragione tutto deve essere incerto e opinabile, quando sono in gioco la nostra vita, la nostra sicurezza?

Non ci possono essere due partiti: mafia sì e mafia no. Ma dati e indagini certe. Vogliamo sapere cosa rischiamo a Roma.

Se la città è pericolosa per la mafia come fu Palermo. Se i pariolini sono come i corleonesi.

Le sue indagini sono state sicuramente precise, viste le condanne. Ma lei ha voluto chiamare quei reati ben definiti con il nome di mafia. Per l'interesse di chi? Di Roma? Dei cittadini? Dell'efficacia, altrimenti fragile, della sentenza, in verità pesante? O invece pensando che la gravità dei reati legittimava un'amplificazione e un'aggravante del loro nome?

Lei che ha conosciuto la mafia, non può confonderla. Se non ha convinto i suoi colleghi, non è perché essi siano più ingenui, ma perché lei non ha convinto neanche se stesso.

Vittorio Sgarbi