Neve, lava, sangue: l'inferno sublime dell'Etna

N el Settecento uno dei mezzi per provare un particolare tipo di piacere era quello del «sublime». Parola che oggi usiamo magari per definire un piatto, un film, un tramonto, ma aveva tutt'altro senso. Mettersi di fronte a ghiacciai in smottamento, a una tempesta, a paesaggi pericolosi per provare il brivido della piccolezza dell'uomo di fronte alla Natura. Ne sono un esempio i quadri di Turner, o di Caspar David Friedrich. Uno dei teorici del sublime dell'epoca, Edmund Burke, scrisse che «è sublime tutto ciò che può destare idee di dolore (...)

(...) e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore».

Il vulcano attrae perché è incontrollabile, perché ci mette in comunicazione con il magma di cui è fatto il nostro pianeta, con le sue viscere, rimandandoci a un tempo in cui tutto era incandescente: la Terra una palla di lava, circa quattro miliardi e mezzo di anni fa, dove perfino pensare a quattro miliardi di anni, per noi che ne viviamo massimo cento, è una sensazione che desta paura e sgomento. Il sublime è essere messi di fronte ai nostri limiti, provare il terrore della nostra fragilità. Sbagliato pensare, piuttosto, che sia da pazzi spingersi così vicini a un pericolo, significa non aver compreso un lato essenziale della natura umana. Fermo restando che io col cavolo che ci vado, vicino a un vulcano, non mi faccio neppure il bagno al mare perché ho paura del grande squalo bianco (da quando a dieci anni ho visto il film di Spielberg), ma sono un caso a parte (e non prendo neppure l'aereo, ho visto tutte le puntate di Aircrush confidential).

Così per noi umani è forte la tentazione di arrivare al bordo del cratere, di guardare dentro, di perdersi in un fuoco che viene da lontano, di restare abbagliati dalle nostre origini violente. Come diceva Nietzsche: quando noi guardiamo nell'abisso, è l'abisso che guarda in noi. È il Sublime, appunto. È spingersi più vicini possibile al mostro, che un po' dorme e un po' no, e per questo è emozionante avvicinarvisi, sfidarlo, tremare e palpitare di terrore. Se non fosse pericoloso, non proveremmo niente. Tra i vulcani più famosi in letteratura ci sono quelli islandesi, descritti dall'immaginifico Jules Verne. Soprattutto lo Sneffels, che dormiva da 600 anni e dal cui cono si poteva accedere al centro della Terra.

Per tornare alla cronaca, questa volta le vittime del Sublime sono stati 10 turisti sull'Etna, e per fortuna solo feriti. I lapilli sono partiti da un contatto tra neve e lava, ossia tra acqua e fuoco, sarebbe piaciuto molto ad Aristotele (e anche a Petrarca: «Vedrem ghiacciare il foco, arder la neve»). Caso diverso quando si costruiscono case, villaggi e città a ridosso dei vulcani. Lì non c'è niente di sublime. Pompei docet. Però c'entra la religione: un tempo i vulcani erano venerati come dei, e quando nel 1971 l'Etna eruttò, gli abitanti di Sant'Alfio portarono reliquie vicino al fiume di lava.

D'altra parte già nell'antica Grecia le saette di Zeus venivano forgiate nell'Etna, e Polifemo scaglia contro Ulisse blocchi di lava. Versione diversa, invece, più razionale e lucida, quella di Giacomo Leopardi, che ne La ginestra usò il vulcano per rappresentare la condizione umana, per cui «furono città famose che il vulcano indomabile, vomitando torrenti di lava dalla sua bocca di fuoco distrusse insieme con i loro abitanti».

Massimiliano Parente