Non si censura la libertà di un feto

Qualche lettore ricorda forse un mio articolo del 28 aprile 1995 a proposito dell'aborto. Lo dico non perché conti sulla memorabilità dei miei scritti, né su una vostra memoria prodigiosa. Ma perché apre la raccolta di miei pezzi Lezioni di libertà - pubblicata dal Giornale neanche un mese fa. Ventitré anni or sono scrivevo, e lo confermo, che riconosco il diritto delle donne all'aborto, ma con immenso strazio: e che bisognerebbe mettere a disposizione di quelle donne tutti gli strumenti, anche di informazione, perché possano non abortire.

L'autocitazione è calzante con l'enorme cartellone esposto sulla fiancata di un palazzo a Roma per ricordare a tutti che a 11 settimane un feto ha già gli organi formati, e il cuore batte. Il messaggio dell'associazione «Provita» è dunque forte, addirittura violento; colpevolizzante, addirittura ricattatorio; sgradevole fino al malessere. Posso capire la posizione di chi se ne dispiace perché «offende la sensibilità anche di tutte le persone che hanno subito la fine di una gravidanza per i motivi più diversi».

Non capisco invece chi vuole la rimozione del cartello, né lo sdegno della senatrice Pd Monica Cirinnà - della quale peraltro condivido quasi tutte le battaglie, dalle unioni civili in poi -, la quale giudica «vergognoso che per le strade di Roma si permettano manifesti contro una legge dello Stato e contro il diritto di scelta delle donne».

Il cartello, senatrice, non è né contro una legge dello Stato né contro i diritti delle donne. È la manifestazione - per quanto cruda - di un pensiero che ha diritto di essere manifestato, nel rispetto della libertà di espressione. C'è scritto anche nella Costituzione, all'articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

La libertà di sostenere una tesi va difesa soprattutto se la si pensa in modo contrario. Per paradosso, una risposta coerente al cartello contro l'aborto dell'associazione Provita sarebbe un analogo cartello a favore dell'eutanasia: l'immagine di un infelice, inglobato in una macchina, cui non viene permesso di morire a causa di una legge dello Stato. Sarebbe atroce anche quella, d'accordo, ma non c'è una libertà diversa dalle altre.

La libertà è una parola che si prende intera, nel rispetto delle leggi. Non si può dire «Me ne dia un etto e mezzo, bella magra, mi raccomando!». Oppure, se preferiamo un esempio più aulico, eccolo: «Le libertà sono tutte solidali. Non se ne offende una senza offenderle tutte». Sono parole del capo socialista Filippo Turati in un discorso parlamentare contro il fascismo, del 15 luglio 1923. Tre anni dopo dovette fuggire dall'Italia.

@GBGuerri