La normalità commovente dei nostri ultimi desideri

Un belga ha posticipato l'eutanasia per andare allo stadio con la famiglia. Una richiesta semplice, ma sufficiente per lasciare la vita con un sorriso

Sono state due vite di certo molto diverse, ma è stato uguale il modo in cui si sono concluse: eutanasia, liberamente scelta alla fine di malattie che avrebbero riservato soltanto lo strazio del dolore. Due vite che invece si sono chiuse con una gioia, una festa, la realizzazione di un desiderio prima di chiudere gli occhi per sempre.

In Belgio Lorenzo Schoonbaert, quarantunenne malato terminale di cancro, ha chiesto di andare a vedere la partita della sua squadra, il Bruges, prima che una pozione lo liberasse da una sofferenza senza scopo. Ci è andato con la figlia di 7 anni e hanno fatto il giro del campo - lui in barella - tenendosi per mano, mentre i tifosi delle due squadre gli tributavano un'ovazione in piedi. Il tifoso ha voluto uscire dal campo senza subire l'umiliazione di essere sconfitto, impotente. La sua squadra ha vinto 3 a 0, e spero che le due squadre si siano accordate, per regalargli ancora tre esultanze.

Poco dopo una donna olandese ha espresso tutt'altro desiderio, prima dell'iniezione o pillola fatale: vedere il suo amato Rembrandt al Rijksmuseum di Amsterdam. Potete cercare la sua fotografia sorridente, davanti a un capolavoro. La troverete sulla pagina facebook di Stichting Ambulance Wens Nederland, che significa Ambulanza dei Desideri Olanda. Scorrete quella pagina. Vedrete uomini e donne - giovani e vecchi, il viso malato ma sorridente - godersi le ultime ore su un fiume, fra la neve, davanti ai grattacieli, allo zoo, in una fattoria, nel paese natale, in una fabbrica di aeroplani, ovunque riusciate a immaginare. Colpisce, prima di tutto, quanto possano essere semplici gli «ultimi desideri», come affondino alla radice più elementare dell'esistenza e dei sentimenti. Poi vengono altri pensieri.

Cancellate quelle immagini e andate a vedere le fotografie di Mario Monicelli, il grande regista cui dobbiamo tanto. Fu costretto - a 95 anni - a buttarsi dal quinto piano dell'ospedale romano dove, invece di dargli la morte che desiderava, lo costringevano a sopravvivere nel letto, come una larva. Era il 9 novembre 2010. Poi passate alla fotografia di Carlo Lizzani, altro grande regista costretto a fare lo stesso, per lo stesso motivo, dal balcone di casa sua, il 5 ottobre 2013, a 91 anni. Da soli, disperati, costretti a buttarsi nel vuoto, provando come ultima emozione il terrore, spappolati per terra.

E ora ripensiamo a tutto quello che abbiamo pensato e detto e scritto di male sui tifosi olandesi che hanno preso a bottigliate la Barcaccia di Bernini. Non cambio di una virgola il mio giudizio su di loro, andrebbero presi a bottigliate nelle palle. Sì, ma tifosi laidi ubriachi pazzi incolti ce ne sono ovunque.

Però, magari, hanno la fortuna di vivere in un paese dove il rispetto dell'individuo - e della sua libertà - gli consentono di morire senza dolore e umiliazione, come dovrebbe poter morire ogni essere umano, se lo vuole.

Noi, qui, per consolarci di essere rimasti tanto indietro nelle regole del vivere civile, siamo ridotti a ricordarci quanto erano bravi alcuni italiani due, quattro, sei, otto secoli fa.

@GBGuerri