Ma quant'è brutta la parola "Mipiacizzo"

È accaduto, inevitabilmente è accaduto: l'ho sentito con le mie orecchie per le strade di una civilissima cittadina veneta. Incrociando due ragazzi, ho colto al volo la frase «Ma io non la mipiacizzo». Io mipiacizzo, tu mipiacizzi, egli mipiacizza. Mipiacizzeresti tu? Se tu mipiacizzassi. Mipiacizzami! Ti stavo mipiacizzando... Il nuovo, tragico, devastante verbo nato da Facebook si origina - dico per i pochi che ne siano ancora immuni - dalla possibilità di approvare con un «mi piace» una faccenda/foto/opinione altrui. I malati o contagiati dei social ne fanno incetta, li vigilano, li contano, li schedano. «Perché non mi hai più mipiacizzato?». «Io ti mipiacizzerei ma...».

Non è il caso di avviare una lagna sui contenuti di quelle pagine internet. Esistono, sono inestirpabili, portano anche del buono, bisogna solo imparare a farne l'uso migliore, come quando arrivarono la patate dall'America, quasi cinque secoli fa. Il dolore che esprimo, oggi, è soltanto linguistico, per quest'altro vulnus alla nostra lingua. Adesso ci fa orrore, e continuerà a farcelo, ma piano piano diventerà un gergo sempre più diffuso, ci faremo l'orecchio, finiremo per leggerlo sui giornali, finché un giorno, per rassegnazione, per brevità, per non complicarci la vita, tutti, o quasi, mipiacizzeremo. Impossibile, dite? È già successo tante volte, un imbarbarimento della lingua, per neologismi, inglesismi e ismi di ogni specie.

Esibisco l'esempio più clamoroso: papà. Vallo a spiegare che fino a mica tanti anni fa era un termine esotico, usato soltanto dalla borghesia del nord: «La voce "papà" è una leziosaggine francese - tuonava nel 1865 Giuseppe Frizzi -, che suona nelle bocche di quegli sciocchi, i quali si pensano di mostrarsi più compiti scimmiottando gli stranieri». La parola italiano infatti è babbo, ma ormai è arroccata e stabile solo dove la lingua è forte e sicura, in Toscana e dintorni. Babbo era mio padre, senese, e babbo sono io per i miei figli: i quali rispettano il mio desiderio (più affettivo che linguistico) di venire chiamato così, ma con gli amici devono parlare del proprio papà, per evitare la battuta infantile «Babbo Natale?». Se riuscirò a educarli forti di carattere e beneducati di lingua, anche loro saranno babbi, non papà, per i loro figli. Dovere civile delle persone dabbene e dal bel parlare, infatti, è resistere, resistere, in ogni modo, pur sapendo che la guerra è perduta. Potete farlo, per esempio, mipiacizzando questo articolo su Twitter. Mi mipiacizzerete voi? (ma poi sotto scrivete «Ciao Babbo!», per favore.)

Commenti

MARCO 34

Ven, 16/12/2016 - 15:21

Come non essere d'accordo con G.B.Guerri! Anch'io ho sempre chiamato mio padre BABBO, finché è vissuto; purtroppo non sono riuscito fare altrettanto con i miei figli

Ritratto di llull

llull

Ven, 16/12/2016 - 16:01

Relativamente a "babbo/papà" c'è un altro aspetto che deve essere considerato ed è quello dialettale. Nelle famiglie in cui si parla un dialetto, questo influisce inevitabilmente anche sulle espressioni d'uso comune. La mia lingua nativa è il dialetto veneto e mio padre l'ho sempre chiamato "papà" perché nel nostro dialetto si dice così. Se avessi detto BABBO, sarebbe stata una forzatura perché questo termine è in italiano e noi a casa non parlavamo appunto l'italiano.

galerius

Sab, 17/12/2016 - 02:44

A me l'unica cosa che dà veramente fastidio è l'uso di termini inglesi senza alcuna necessità ( rumors, competitors eccetera ) ; per quanto riguarda i neologismi, màh, possono piacere o no ( quello citato a me non piace ) ma finchè nascono vuol dire che una lingua è vitale. Le lingue immutabili per eccellenza sono le lingue morte.