Ad Abano Biloslavo e Micalessin raccontano la loro Guerra

Alla nona edizione della settimana dei lettori del Giornale, Livio Caputo parla della Fallaci. Gli inviati di guerra Fausto Biloslavo e Gian Micalessin raccontano la loro Guerra.

Per i lettori del Giornale vedere i propri giornalisti, quelli che hanno sempre letto, quelli che ogni mattina sfogliano sotto le dita, tra una tazza di caffè e una brioche alla marmellata, quelli di cui leggono il nome ma non ne hanno mai visto il volto, è una grande gioia oltre che una grande soddisfazione. I lettori, oltre 300 al Mioni Pezzato di Abano Terme, dove questi giorni si sta svolgendo la kermesse del Giornale, ti fermano tra i corridoi dell’albergo, ti chiedono un’opinione, uno scambio di idee, ti chiedono cosa ne pensi di questo governo. Si sentono coinvolti soprattutto dalle conferenze previste ogni sera e organizzate dai Viaggi del Giornale.

Ma soprattutto per i lettori vedere i giornalisti “della guerra” è una grande contentezza. Ieri sera c’erano gli inviati Fausto Biloslavo e Gian Micalessin che presentavano il loro libro Guerra Guerra Guerra. A intervistarli l’editorialista Livio Caputo che lui la guerra l’ha vissuta come inviato in Vietnam. Livio Caputo che, quando nel 1991 il Kuwait venne liberato, intervistò lo scrittore Oriana Fallaci.

“Quando scoppiò la Guerra del Golfo – ha raccontato Caputo - Oriana venne al Corriere e convinse il direttore a mandarla in Kuwait a seguire questa guerra. Lei si illudeva che fosse ancora come il Vietnam. E sull’orlo di una crisi di nervi una sera mi telefonò, mi disse che non ne poteva più e che non ce la faceva a scrivere il pezzo. Lei non cedette, io nemmeno, avevamo bisogno del pezzo e quindi la intervistai”.

Una serata piena di racconti ed emozioni dai grandi del giornalismo. Una serata a stretto contatto con i terribili racconti di una vita vissuta sempre in prima linea. In mezzo alla guerra, alle guerre, soprattutto quelle dimenticate. Racconti, immagini, aneddoti, video, testimonianze e parole che lasciano il segno. E così la loro prima esperienza in Afghanistan. Quando Biloslavo e Micalessin, con il loro amico Almerigo Grilz a cui è dedicato il libro, “e a tutti gli altri amici che abbiamo perduto per strada”, partirono vestiti da mujaheddin verso l’Afghanistan. Era il 1983.

“Per noi l’Afghanistan – ha detto Biloslavo che ha raccontato la sua - è stato il nostro Vietnam, il più dimenticato, il più oscurato. In Afghanistan siamo partiti così dal Pakistan – dice mostrando quelle foto – ci inoltravamo a piedi. L’Afghanistan dice mia moglie è la mia seconda patria ed è vero. Mai avrei pensato dopo la ritirata dei sovietici, di vedere sventolare il tricolore a Kabul e poi a Herat”.

Da sempre cresciuti con l’idea della guerra, hanno per primi portato in Italia le immagini dei bombardamenti dei sovietici, le vere immagini dalla prima linea. Quelle dove si vede Almerigo Grilz, poi morto il 19 maggio 1987 in Mozambico mentre filmava uno scontro tra Renamo e soldati del Frelimo (Fronte Liberazione Mozambico), mentre filmava un combattimento tra i guerrieri dei big sovietici in picchiata. Talmente in picchiata che il microfono della cinepresa gli sbatté sulla lente.

E poi ancora quei racconti di vita, quando da giovani iniziarono a farsi conoscere e a vendere le loro immagini ovunque nel mondo. Anche a New York. O quando nel 1984 avevano finito i soldi per andare in Cambogia e attendevano i soldi di un reportage. E così quelle chiamate a New York, ogni sera, per sapere se le immagini erano piaciute. E poi quella telefonata: “voi siete gli italiani? Il caporedattore vi deve parlare, fantastici, vi mandiamo i soldi”.

E ancora la Birmania, la Jugoslavia raccontata da, la Cambogia, il Libano, la Cecenia. L’Africa, l’Uganda.Ma soprattutto quelle domande. Quelle domande se sia giusto raccontare, se sia giusto riprendere la sofferenza e offrire a chi soffre le “parole”. I loro racconti che attirano i lettori e che “piacciono” ai direttori. "Quanto vale la vita?", si chiedono i due inviati che raccontano e fanno conoscere al mondo quello che gli altri non possono vedere. E che ieri sera hanno a disposizione del pubblico le loro paure.

“In Zaire – ha raccontato Micalessin mentre sullo schermo scorreva quel suo reportage sull’ebola mandato in onda su Rai Due – ho provato la più grande paura della mia vita. A Kikwit, la paura aumentava di giorno in giorno. L’ebola aveva cominciato a esplodere. E ricordo di come eravamo fermi all’aeroporto con nessuno che voleva venirci a prendere. Cerchiamo di difendere il nostro lavoro – ha detto Micalessin leggendo un pezzo del loro libro – ma mi sono chiesto cosa avessimo noi di diverso con i malati di ebola, niente: siamo dei miserabili. Capita quando racconti le sofferenze dell’altro a cui non puoi offrire nient’altro che le parole”.