La sottile linea tra grande scoperta e amara illusione

La notizia arriva da Nature, ma è così grossa che hai quasi paura a crederci

Piano, molto piano. La notizia arriva da Nature, ma è così grossa che hai quasi paura a crederci. È come intravedere laggiù, ai confini dell'orizzonte, la terra promessa, dopo secoli di morti, sangue, dolore, persone care andate via troppo presto, medici compassionevoli e ciarlatani, preghiere e bestemmie, corpi sfibrati dalla guerra civile di cellule impazzite che si ribellano alla vita. Manca davvero il coraggio per vendere altra speranza. Piano, allora, molto piano. Ma qualcosa stavolta forse c'è. È una capsula di molecole di grasso e contiene un «cuore genetico», un piccolo Rna su cui sono scritte le istruzioni per attivare le cellule del sistema immunitario. È la contraerea o, se si vuole, l'incantesimo di difesa contro le cellule cattive, quelle che ti mangiano dentro. E potenzialmente funziona contro tutti i tipi di maledetti ribelli. È il vaccino universale contro i tumori.

Piano, tanto piano. È, sarebbe, potrebbe essere, la cura delle cure. È un lavoro tedesco, di Mainz, dell'università Johannes Gutenberg ed è stato testato per ora su tre pazienti, tutti con melanoma in stadio avanzato. Nature è una delle riviste scientifiche più antiche. È l'orgoglio della Gran Bretagna e su queste stesse pagine sono stati rivelati i raggi X, la natura ondulatoria delle particelle, la scoperta dei neutroni, la fissione nucleare, la struttura a doppia elica del Dna, la pecora Dolly.

Piano piano. È che non riesci neppure a pensarla questa cura. Non ti viene da battezzarla, perché sembra una promessa che non torna mai, una preghiera che Dio non ha voluto ascoltare, la frontiera dove gli umani ogni volta si sono fermati a piangere, come un requiem che non ti era permesso non ascoltare, come una tomba da aprire e un lungo addio da lasciare all'eternità. È la grande scommessa della medicina, quella che ogni volta scrivi nelle lettere per il futuro e con questo futuro non arriva, non arrivava, mai. È il male che il Novecento ci ha lasciato in eredità, dopo che aveva cancellato dalla lista degli incurabili la tisi e la polio. Era il male del secolo, quello che non ti veniva da chiamare per nome, la cosa brutta, la maledizione che non perdona, perché per anni a chiamarla per nome, cancro o tumore, sembrava potesse restarti attaccata alla pelle e alle ossa. Quella dei sensi di colpa, dell'ennesima sigaretta spenta alle tre del mattino, con la tosse che bussa ai polmoni, lento suicidio di un incosciente abitudinario. Quello dove non c'è colpa ma destino, scritto nei cromosomi di chi ti ha dato la vita e di chi c'era prima di loro, una sorta di lessico familiare o un appuntamento che non puoi disdire. Quella battaglia che si combatte chiamando in aiuto la chimica, che non è certo gratis e se ti salva prima ti massacra. Quella parola in bilico tra speranza e dolore: chemioterapia.

No, tutto questo non è stato spazzato via. È una linea di confine tra la speranza e l'illusione. Questa però è una finestra che si apre. Piano piano.