A Venezia spunta il tesoro nascosto sotto le sinagoghe

Sono 40 oggetti sacri forgiati tra il XIII e il XIX secolo Corone, decori e teche alla Ca’ d’oro fino al 29 settembre

 

A volte i tesori sbucano fuori dove non andresti mai a cercar­li, le perle occhieggiano nel fan­go, e gli argenti luccicano in stanzini polverosi.
Quarantatré oggetti liturgici in oro e argento della comunità ebraica di Venezia, dimentica­ti per settanta anni nel sottosca­la delle sinagoghe della città, sono stati ritrovati, durante i la­vori di restauro, in mezzo a cu­muli di polvere e reti di ragnate­le, e oggi sono esposti alla Ca’d’Oro. Certamente prezio­si per i materiali usati, e la peri­zia degli artigiani veneziani che li hanno forgiati tra il XIII e il XIX secolo, sono unici anche per la storia che ci consegnano.
Un racconto che si snoda tra le calli e i campielli del ghetto di Venezia, e che ruota attorno a un segreto tenacemente custo­dito e a un oblio lungo sette de­cenni.
Nel settembre del 1943, due custodi della sinagoga spagno­la e di quella levantina, avvisati dell’arrivo dei tedeschi,nasco­sero nel sottoscala alcuni ar­genti usati a scopo liturgico. Corone, teche, decori per av­volgere i rotoli della Torah. I due furono deportati e non fecero più ritorno, e così il teso­ro, messo in salvo dal saccheg­gio nazista, è rimasto avvolto in una nuvola di polvere e di oblio fino ai giorni nostri. Scoperto per caso, adesso è esposto allla Ca d’Oro, dove rimarrà fino al 29 settembre.
Artefici dell’operazione Ve­netian Heritage, organizzazio­ne americana no profit per la salvaguardia del patrimonio ar­tistico e culturale di Venezia, è Vhernier, marchio italiano di alta gioielleria, che ha dato nuo­va vita agli antichi oggetti di ri­to, contribuendo a preservare una parte della memoria stori­ca del popolo ebraico.
Oltre a sostenere il progetto di restauro dei quarantatré pez­zi, Vhernier, ha creato un pre­zioso capolavoro di arte orafa: Neder, un anello dalle forme che ricordano quelle degli anti­chi sigilli, realizzato in oro ro­sa, granato, madreperla e cri­stallo di rocca. Il significato ebraico è «Promessa», termine ricorrente in tutta la cultura ebraica, e la creazione è stata presentata, insieme al tesoro ri­trovato, per celebrare il 500esi­mo anniversario del ghetto di Venezia, che cade nel 2016.
Quel ghetto le cui porte si aprivano all’alba per richiuder­si la sera, e la cui struttura ha re­sistito agli assalti del tempo, con i due campi circondati da case alte - so­prattutto per gli standard ve­neziani del­l’epoca - un piccolo mu­seo e le an­tiche sina­g oghe, ancora integre. Sviluppato su un’isola completamente circondata dal canale, le sue entrate potevano essere controllate attraverso i ponti.
Prima del 1516, il «serraglio dei giudei» aveva ospitato una fonderia di cannoni, un «getto» in veneziano, trasformatosi poi, nella pronuncia degli ebrei askenaziti di origine tede­sca, in «ghetto». Poche le professioni che gli ebrei avevano il diritto di eserci­tare: potevano essere medici, per la loro riconosciuta abilità nel settore, commercianti al dettaglio di oggetti usati, e natu­ralmente prestare denaro, lavo­ro alla base dei più diffusi pre­giudizi antiebraici, ma la cui origine è da ricercare all’ester­no della comunità. Il motivo? «Il prestito – spie­ga Riccardo Calimani, storico e Presidente della Comunità ebraica veneziana –era un’atti­vità necessaria in una città di­namica come Venezia, ma non era praticabile dai cattolici. La riscossione degli interessi equivaleva alla vendita di una risorsa sacra, il tempo, e ancor peggio, aveva il potere di fare generare il denaro dal denaro, reputato sterile per definizio­ne. Per questo gli ebrei furono co­stretti a s­volgere un’attività ne­cessaria alla città,ma inaccetta­bile per i cattolici». Tanto più che, nella visione cattolica, «li giudei» erano col­pevoli di deicidio, «peccatori ­spiega Calimani- già irrimedia­bilmente compromessi nel lo­ro cammino verso la salvezza. E quindi sacrificabili».