Vescovo di Reggio al Papa: "Contro la mafia sacramenti senza padrini"

Una misura straordinaria, per tenere lontana la 'ndrangheta dalla Chiesa. L'arcivescovo di Chieti: "Scelta legittima"

Papa Francesco celebra la messa a Sibara

È una proposta forte quella che ha inviato fa al Papa l'arcivescovo di Reggio Calabria, Giuseppe Fiorini Morosini, chiedendo che per dieci anni nella diocesi i sacramenti di Battesimo e Cresima possano essere celebrati senza la presenza dei padrini.

L'arcivescovo si poneva il problema di "ostacolare l'uso strumentale della Chiesa e dei sacramenti da parte della 'ndrangheta". La risposta del Pontefice è arrivata nella forma di un invito a un incontro con i vescovi calabresi, dopo un faccia a faccia con Morosini a San Pietro, nel giorno in cui è stato imposto - a lui e ad altri 23 arcivescovi - il "pallio", il paramento liturgico concesso a metropoliti e primati.

In molti hanno appoggiato la proposta portata avanti da Morosini. Monsignor Bruno Forte, teologo e arcivescovo di Chieti e Vasto, oggi ha spiegato all'Adnkronos che se "è giunto a questa determinazione avrà tali e tante serie ragioni che io credo vadano soltanto rispettate e apprezzate" e aggiunto che la scelta "è più che legittima".

Anche la comunità dei gesuiti di Scampia si è schierata al fianco dell'arcivescovo, ricordando che "i malavitosi si possono avvicinare alla Chiesa" ma anche che "fare da padrino significa fare un cammino di fede ed essere segno della presenza dello Spirito".

Nel suo viaggio in Calabria, parlando ai fedeli nella Piani di Sibari, papa Francesco aveva pronunciato il mese scorso una forte denuncia della 'ndrangheta, "adorazione del male e disprezzo del bene comune". Chiedendo ai sacerdoti di "sempre più spendersi perchè il bene possa prevalere", il Pontefice aveva usato contro le mafie parole considerate da molti senza uguali nella storia della Chiesa.

Commenti
Ritratto di Giuseppe.EFC

Giuseppe.EFC

Mar, 01/07/2014 - 18:00

"Pur troppo! tale è la misera e terribile nostra condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s'io dovessi prender la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo dare agli altri l'esempio, non rendermi simile al dottor della legge, che carica gli altri di pesi che non posson portare, e che lui non toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e fratello; poiché gli errori di quelli che presiedono, sono spesso più noti agli altri che a loro; se voi sapete ch'io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinché, dov'è mancato l'esempio, supplisca almeno la confessione. Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le parole acquisteranno più valore nella mia bocca, perché sentirete più vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza necessaria per far ciò che prescrivono." (Federigo Borromeo a don Abbondio, cap. XXVI)