Voto che blinda la legislatura. Non il governo dei giallorossi

Un vecchio dc, Giuseppe Gargani, si avvia mesto ad assistere alla seduta della Camera che darà il via libera alla riduzione del numero dei parlamentari. «Vado ad assistere - esclama con una vena di tristezza - a questo suicidio di massa». In Transatlantico, Graziano Musella, forzista, racconta gli inconvenienti provocati a suo avviso dalla filosofia populista nelle istituzioni: «Abbiamo decimato i consiglieri comunali, quelli che sono i veri volontari della politica; abolendo le Province senza nei fatti abolirle, abbiamo creato una popolazione di nullafacenti. Il populismo fa venire meno il buonsenso». I dubbi, tanti, non mancavano in quell'aula, ma alla fine il provvedimento è stato approvato quasi all'unanimità, più per paura che per convinzione. «Ma come fai - osserva il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, di Fratelli d'Italia - a votare contro la riduzione dei parlamentari, quando là fuori ci impiccherebbero tutti?! Io lo voto per convinzione, anche perché se qualcuno prova a darmi del ladro, lo corco! Ma gli altri per paura. Solo che votando questa legge dobbiamo rassegnarci al fatto che questa è diventata una legislatura blindata: nessuno qua dentro avrà più voglia di urne, sapendo che alle prossime elezioni un terzo di noi, è già scritto, non ci sarà più. Così sarà questo Parlamento ad eleggere il successore di Mattarella».

Così la prima conseguenza politica del voto di ieri è che la legislatura andrà avanti fino a scadenza naturale. Certo, potenzialmente a Zingaretti potrebbe tornare la voglia di votare nel tentativo di mettere all'angolo Renzi, ma è difficile che lo faccia per andare incontro ad una sconfitta certa contro il centrodestra prima di aver stretto con i 5 stelle un'alleanza strutturale di cui per ora non c'è traccia. Ma anche in quel caso, con la riduzione dei parlamentari, dovrà convincere una parte dei suoi a far la parte dei tacchini a Natale. Impresa improba. E, comunque, l'ipotesi non sarebbe in ogni caso possibile prima del giugno prossimo, quando, tra referendum confermativo e tutto il resto, la legge - secondo il diktat del Quirinale - diventerà applicabile.

Se la legislatura è blindata, però, il governo lo è meno. Anzi, la navigazione sarà perigliosa, perché la garanzia che non si andrà al voto, renderà tutti gli attori in campo più intraprendenti. Elemento che Giuseppe Conte rischia di sottovalutare. Mena fendenti a destra e a manca in preda a protagonismo. Si sente il padrone del vapore. Dimenticando che d'ora in avanti anche i soci del suo governo si sentiranno meno condizionati dal timore delle urne. «Giuseppe ha contratto - si è lamentato Giggino Di Maio con i suoi - una sindrome di visibilità. Spero che lo comprenda prima di farsi male. Noi dopo aver incassato la riduzione dei parlamentari, puntiamo ad una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento. Altro che alleanze strutturali con il Pd!». Stesse riserve fanno capolino nei ragionamenti di Matteo Renzi, bersaglio principale del Premier, con il suo inner circle. «Mi ha dato del provocatore - ha spiegato - ma a me non importa. Basta che non tocchi l'Iva. Dovrebbe guardarsi dal Pd. Questa storia che ha fatto parlare il ministro Usa, Barr, con i capi dei servizi segreti per verificare se i governi precedenti hanno combinato dei guai, dimostra una totale assenza di sensibilità istituzionale. A me non mi tocca, semmai potrebbe riguardare Minniti, a cui da premier avevo dato la delega ai servizi; e Gentiloni che l'aveva tenuta per sé. Ma trovo le parole del premier davvero incredibili».

Sicuramente l'episodio è un inedito nella storia di questo Paese: un capo del governo che mette in contatto il ministro di un governo straniero non con il corrispettivo ministro italiano, ma direttamente con i capi dei servizi, cioè dei funzionari dello Stato, è roba da regime sudamericano. «Non credo - ammette lo stesso Minniti, mantenendo un lessico elegante da cultore del galateo dei servizi segreti - che sia mai capitato in passato». Ma se l'ex ministro dell'Interno rispetta l'understatement, l'opposizione leghista, che ha il dente avvelenato con Conte, no. «Solo in un Paese come l'Italia - si arrabbia il mite Giancarlo Giorgetti - succedono queste enormità. Il problema, se si trattasse di una vicenda tutta italiana, sarebbe risolto con una quintalata di sabbia. Tutto verrebbe coperto e seppellito. Ma non è così. La vicenda parte oltreoceano e con il New York Times e il Washington Post in ballo, l'esito è imprevedibile. Noi timidi ad attaccare? Ora con Volpi con in mano l'obice del Copasir, cominceremo a cannoneggiare».

E proprio questa potenziale minaccia ha aperto un mezzo «caso» nella scelta del nuovo presidente del Copasir, cioè del comitato per il controllo parlamentare dei servizi segreti. Ieri negli annusamenti che ci sono stati tra i partiti dell'opposizione, a cui spetta quell'incarico, per quella poltrona è venuto fuori proprio Volpi, ex sottosegretario leghista alla Difesa. Per evitare l'arrivo del leghista, però, c'è chi nella maggioranza di governo ha sollecitato altri nomi dall'opposizione, come il candidato di Giorgia Meloni, Adolfo Urso, o l'azzurro Elio Vito. L'obiettivo, neppure tanto nascosto, è quello di proteggere il premier dall'offensiva leghista. «Noi preferiremmo si è limitato a dire il portavoce del premier, Rocco Casalino una persona ragionevole». Un identikit che è ritornato nelle parole di Di Maio, che ancora non perdona a Salvini la rottura improvvisa di quest'estate. «Un leghista? Non è il caso - ha risposto ai suoi - ci vorrebbe un esponente del centrodestra con un profilo più equilibrato». Mentre il Pd si è attestato su una posizione di attesa, pronto ad approfittare delle divisioni nel campo dell'opposizione. «Se il centrodestra - ragiona Graziano Delrio - si presenta con un solo candidato, lo votiamo. Se ne presenta tre, lo scegliamo».

Tutti questi movimenti hanno irritato Matteo Salvini, che a quell'incarico tiene eccome, per consumare la sua vendetta su Conte. Per cui ha richiamato gli alleati al rispetto degli impegni, pronto anche a fare delle concessioni. «Chi ha tanto invocato il centrodestra - ha sentenziato - dovrebbe capire che è il caso che il centrodestra si presenti con un solo candidato». L'epilogo di ieri sera, almeno ufficialmente, è che il centrodestra si è ritrovato compatto su Volpi. Se la nomina andrà in porto cominceranno a suonare i cannoni su Palazzo Chigi. Appunto, la legislatura è blindata, il premier è nel mirino e il governo ballerà. Eccome.

Commenti

GiacomoP

Mer, 09/10/2019 - 19:09

I sinistri non si smentiscono mai !! Possibile che non si rendano conto di quanto sono ridicoli !? Il conduttore poi.....proprio imparziale..