«La cultura? È in periferia»

M assimiliano Finazzer Flory, all’indomani della sua nomina ad assessore alla Cultura, ha parlato di nomadismo, Leoncavallo, urbanità, e qualcuno l’ha già accusata di cercare proclami a effetto, di voler scopiazzare Sgarbi. Cosa significa per lei cultura?
«Le polemiche non mi interessano e io vado avanti secondo i principi che ho sempre seguito molto prima di entrare in politica. Per me cultura significa individuare gli ordini concettuali della città, riconoscere e rappresentare attraverso mappe cognitive il suo sviluppo, offrire alle istituzioni una fantasia disciplinata dall'ascolto, e non cedere al lessico della politica e alla retorica dei media».
Milano ha sofferto in questi anni di progetti mancati e tagli alla cultura. In che modo l'Expo potrebbe diventare un'occasione anche per lo sviluppo della comunità?
«Tutto ruota intorno al tema delle infrastrutture, non soltanto “civili” ma anche artistiche. Vede, una biblioteca di livello europeo o un nuovo museo di arte contemporanea rappresentano un investimento culturale, economico, finanziario e soprattutto sociale. Per citare lo scrittore austriaco Robert Musil “ciò che chiamiamo cultura non è soggetto ai criteri di verità, ma nessuna grande cultura può fondarsi su una falsa relazione alla verità”.
Milano è stata spesso accusata di essere poco europea nella programmazione culturale. Cosa ne pensa?
«La vera questione è che esiste un disallineamento tra l'immagine economica e quella culturale della città. Ne discende una perversa conseguenza: un certo formale atteggiamento anticapitalista che proviene da un gruppo di intellettuali che sottobanco poi chiedono consulenze, competenze o, nel peggiore dei casi, biglietti gratuiti per andare allo stadio. Con un effetto indiretto di carattere sociale, cioè la stupida contraddizione tra cultura alta e bassa, rompendo la relazione tra salotti, caffè e popolo. Affronterò questo problema durante le Giornate della Lettura (20-21-22 marzo, ndr) nelle quali saranno organizzate feste in onore del libro, degli scrittori e dei lettori al fine di recuperare l'immagine di Milano capitale dell'editoria».
Tra i progetti della passata gestione c'era «Babele», il festival della creatività. Un'altra idea da dimenticare?
«No, ma da trasformare nella direzione di un percorso in cui l'arte contemporanea dialoghi con le nuove tecnologie. Tra i miei prossimi obiettivi vi è infatti una mostra di video-installazioni legate al confronto tra vecchi e nuovi linguaggi».
Milano ha davvero bisogno di un museo d'arte contemporanea? Se sì, lei come lo vorrebbe?
«In primo luogo si deve tenere conto che la denominazione “museo” per l'arte contemporanea rischia di essere claustrofobica, incapace di reggere la dinamica che rappresenta. In ogni caso uno spazio contemporaneo deve racchiudere una pluralità di luoghi ora simbolici ora spaesanti in grado di coniugare la fruizione del reale a quella dell'onirico. Come direbbe Maurice Blanchot serve “un'illusione dignitosa”».
Lei ha sempre legato il concetto di cultura a quello di città e urbanità. Concretamente cosa intende fare?
«La connessione può avvenire attraverso nuove interpretazioni e rappresentazioni del rapporto tra centro e periferia fornendo a quest'ultima un palinsesto di eventi performativi capaci di mettere in scena la città che cambia. Operativamente intervenendo ad esempio in tutti i consigli di zona, fornendo loro una voce per monitorare il cambiamento. È previsto in questo senso un mio tour per incontrare tutti i presidenti di zona in ordine a una definizione di cultura più ricca e pregnante».
Parliamo dei suoi progetti: dal Futurismo al festival del nomadismo. Quest’ultimo ha fatto sobbalzare qualcuno
«Il Futurismo è una grande occasione per Milano, per “la città che sale”, per restituire slancio, gesto, colore e simultaneità di emozioni alla platea urbana, per rimettere l'accento su di una nuova idea di arte totale. Sul nomadismo qualcuno ha evidentemente equivocato, perché di fatto si tratta già di un processo in corso. È sufficiente “fotografare” i transiti agli aeroporti durante il week-end oppure gettare uno sguardo sui turisti stranieri nei nostri musei... È evidente che per nomadismo intendo il movimento delle idee, ma anche la storia di queste idee che in fondo è una storia dei popoli, una storia che allude al cammino ebraico, a quello cristiano. Ora il nomadismo tuttavia è una categoria con la quale leggere gli effetti della globalizzazione. Penso in particolare ai giovani, ai cervelli in fuga dei ricercatori che sono costretti a cambiare città e centri di ricerca ogni sei mesi».
Questione Pac. Negli ultimi anni la programmazione è apparsa debole e incoerente
«Serve una strategia. Non solo programmazione. Entro fine gennaio presenteremo un piano di respiro internazionale capace di essere dialettico con i diversi movimenti artistici ma senza subirli. Per essere concreti voglio privilegiare la contaminazione ad esempio tra arte contemporanea e scienza. In maggio Milano avrà un mese dedicato a tale relazione. Per colmare il gap tra sapere scientifico e la società serve la creatività degli artisti».