Cultura da stadio

Non un gioco, una religione. Anzi, «la» religione: «Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito, nel fondo, anche se evasione», scriveva Pier Paolo Pasolini. E come ogni religione anche il calcio ha i suoi templi, gli stadi: monumenti architettonici, testimonianza storica, espressione di cultura e società. Nelle città italiane hanno spesso un significato simbolico inciso nella mentalità collettiva. In qualche caso sono ormai attrazioni, meta obbligata per i turisti. A Milano il museo dello Stadio di San Siro è il secondo più visto della città dopo il Cenacolo, quasi due visitatori su tre sono stranieri.

La prospettiva con cui li si guarda di solito resta quella dell'arena gladiatoria, del combattimento settimanale in cui si scaricano passioni e tensioni. Ma un altro punto di vista è possibile: Pierluigi Allotti, giornalista e studioso di storia contemporanea, ha scelto 16 stadi e altrettante partite evento che hanno segnato l'ultimo secolo di vita della Penisola. Il risultato, «Andare per stadi», è il più recente volume della collana «Riscoprire l'Italia» del Mulino, percorsi ragionati (dalle regge alle città morte, dalle stazioni ai teatri) di storia e cultura dei luoghi.

Il primo Stadium

A volte in realtà luoghi non esistono nemmeno più, a conservarne la memoria rimane qualche sbiadita fotografia. Ma il valore storico, in grado di segnare un'epoca o un periodo, resta. È questo il caso di una delle più monumentali arene mai costruite in Italia, lo Stadium di Torino. A volerla era stato il marchese Carlo Compans de Brichanteau, deputato e presidente della Commissione italiana per le Olimpiadi, l'antenato dell'attuale Coni. Lo stadio, costruito accanto alla vecchia Piazza d'Armi, viene inaugurato nell'aprile del 1911, all'apertura dell'Esposizione universale. Ottantamila persone accolgono con un'ovazione re Vittorio Emanuele III e il primo Ministro Giovanni Giolitti, giunti per assistere al saggio ginnico eseguito da oltre 6mila bambini. L'enorme ellissi allungata lungo cui corrono gli spalti è in grado di contenere tre piste, per atletica, ciclismo e ippica, un campo di calcio e un «piscina natatoria» ricopribile. Lo Stadium diventa sede abituale delle partite della nazionale, fino a quella più carica di valenze politiche, giocata il 3 gennaio del 1915. La Grande guerra è ormai in corso, l'Italia assiste incerta, divisa tra la vecchia alleanza difensiva con gli Imperi centrali (ma è l'Austria ad avere invaso la Serbia e non viceversa) e il richiamo dell'irridentismo pro-francese. E la Nazionale è chiamata proprio a incontrare una rappresentativa della Francia impegnata in trincea e del Belgio invaso dai tedeschi; la partita serve per raccogliere fondi per i profughi belgi e per gli italiani delle terre irredente.

Alla vigilia la federazione decide di togliere lo stemma sabaudo dalle maglie. È un gesto che si propone di abbassare i toni, di togliere significato politico all'incontro, ma ottiene il risultato contrario. In prima pagina la Gazzetta dello Sport tuona: «che si sia pensato e ordinato alla squadra di togliere il nostro scudo crociato davanti a una squadra di gente che ha perduto la patria e che scesa tra noi per sollevare le sorti di italiani che la patria agognano da lungo tempo, è enorme. Certi atti di prudenza, certi atteggiamenti apolitici si risolvono in gesti di paura che rasentano la viltà». Il Paese si orienta sempre di più a favore della Francia e quella di Torino è la penultima apparizione della Nazionale azzurra prima che la guerra travolga tutto. Compreso il faraonico Stadium, per le sue dimensioni inadatto al calcio, che verrà abbandonato e poi demolito.

Gli anni del boom

Finita la grande carneficina si apre l'età d'oro degli stadi. Negli anni Venti e Trenta il calcio inizia a occupare il posto che ha ancora oggi nella vita degli italiani e il fascismo se ne accorge. Solo in occasione del settimo anniversario della Marcia su Roma (1929) vengono inaugurati 400 impianti sportivi. In questi anni aprono le porte lo stadio Littoriale di Bologna, il Partenopeo di Napoli (poi distrutto durante la seconda guerra mondiale), il Mussolini di Torino (ribattezzato in seguito Comunale) e gli stadi di Firenze e Trieste, viene ricostruito lo stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma (nato nel 1911 come Stadio Nazionale, non lontano da Piazza del Popolo dove oggi sorge lo stadio Flaminio). I giornali rendono popolare la parola «tifoso», che indica chi è affetto da una vera e propria malattia, la passione per il calcio. Ernesto Rossi scrive sconsolato a Gaetano Salvemini esule in Francia: «La folle che una volta credevamo partecipassero in qualche modo alla via del Paese, oggi partecipano con entusiasmo molto maggiore alle partite di football».

La data di nascita ufficiale del Littoriale di Bologna (l'attuale stadio Dall'Ara) è il 30 ottobre 1926. Voluto dal federale Leandro Arpinati, è ispirato allo stile della Roma imperiale, con una torre monumentale e una enorme statua del Duce. E lo stesso Mussolini a inaugurarlo: alle 9.40 del mattino entra nello stadio a cavallo acclamato dalla folla, poi pronuncia un discorso nel silenzio più assoluto: «Questo gigantesco Littoriale», dice, «raccomanda la nostra generazione per tutti i secoli futuri». Nel pomeriggio, quando in macchina si avvia verso la stazione, viene colpito di striscio dai colpi di pistola di un anarchico, Anteo Zamboni. Se la cava con uno strappo sulla giacca, Zamboni viene linciato dalla folla.

Milano fai-da-te

Nello stesso anno nasce anche quello che oggi è lo stadio di San Siro, e la sua storia è del tutto coerente con il mito di una certa Milano. A farlo costruire e a pagarlo con i suoi soldi è Piero Pirelli, erede della dinastia imprenditoriale e zio di Leopoldo, che guiderà l'azienda di famiglia fino agli anni 2000. Pirelli è presidente del Milan e lo stadio viene utilizzato dalla squadra rossonera: è all'inglese, può ospitare 35mila spettatori, ha due tribune più lunghe (solo una è coperta) e altre due più piccole, separate, dietro le porte. È in periferia, mentre l'Inter gioca fino al Dopoguerra nella più centrale Arena. Alla fine degli Anni Quaranta cambia tutto. Milano è già in preda alla febbre da boom: si studia di ampliare lo stadio, nel frattempo passato al Comune, fino a 150mila posti. Poi al momento di decidere, ci si accontenta di 100mila. La partita che inaugura la nuova struttura a doppio anello è del 1955, un'amichevole tra Milan e Dinamo Mosca: i rossoneri perdono per 4 a 1. Per i mondiali di Italia '90 gli anelli diventano tre, 11 enormi torri cilindriche sostengono quello superiore. La capienza supera gli 85mila posti (oggi ridotti a 80mila).

Tra boutique e tv

Ma con il Terzo anello di San Siro finisce l'era del gigantismo. E il percorso di Allotti e del suo libro finisce come era iniziato: a Torino. L'8 settembre del 2011, a 100 anni esatti dalla prima arena viene inaugurata l'ultima frontiera del tempio calcistico, lo Juventus Stadium: sorge sulle ceneri del Delle Alpi , sfortunata ed enorme astronave in cui gli ultimi posti di gradinata erano a 162 metri dal portiere opposto. Ora la parola d'ordine è la boutique, i posti ridotti a 41.500, le prime file a 7 metri dal campo. Secondo le regole del marketing, che ha conquistato anche il calcio, è l'antidoto giusto per vincere il grande nemico degli stadi: la comodità della tv.

Commenti

cir

Mer, 24/10/2018 - 12:19

" sport" fatto per i poveri di spirito .

qwewqww

Gio, 25/10/2018 - 11:26

A maggior ragione, la squadra della città distruttrice del tempio, roma, non si merita un nuovo tempio, ossia il nuovo stadio, tra l'altro da costruire, come tutto a roma, con i soldi dei contribuenti del Nord Italia, e aumentando anche il debito pubblico italiano i cui interessi dovranno essere ripianati nei secoli a venire sempre dai contribuenti del Nord Italia...