Dall'austerità alla decrescita Ecco i miti tristi della sinistra

La crisi petrolifera del 1973 fornì a Enrico Berlinguer un cavallo di Troia per criticare l'Occidente. Poi su queste idee si è innestato il terzomondismo

Quarant'anni fa l'Italia si svegliò dal sogno del benessere e dal sonno del consumismo e piombò nella depressione cupa della crisi economica. Era il 1973, e l'Italia, con l'Occidente intero, entrò nell'autunno dell'Austerity. Fu chiamata così in lingua internazionale, preludio alla globalizzazione, la risposta etica ed economica alla crisi che ci fece perdere l'euforia sprecona degli anni Sessanta. Risuonarono parole cancellate dall'opulenza del boom economico e dalla liberazione sessantottina: sacrificio, risparmi, austerità. L'origine dell'austerity fu la crisi del Medio Oriente e l'impennata del petrolio. Fu l'ultima crisi economica legata a un bene reale come l'oro nero: poi, le crisi diventarono soprattutto finanziarie. Fu in quel tempo che la riserva aurea smise di essere il parametro per le finanze di un Paese. Finì l'età dell'oro. Gli effetti sociali dell'austerity furono traumatici ma non tutti malefici. Entrammo nell'epoca del risparmio energetico, la benzina triplicò i prezzi nel giro di pochi mesi, i limiti di velocità frenarono la corsa, calò l'oscurità per le strade di notte per non sprecare l'elettricità, ci fu un limite di tempo e di temperatura anche per i termosifoni. L'oscurantismo colpì soprattutto l'aspetto ludico: i locali pubblici chiudevano prima, concerti e veglioni non potevano inoltrarsi nella notte, le sale del cinema anticiparono gli ultimi spettacoli, persino la tv chiudeva prima delle ventitrè... E poi le domeniche a piedi o in bicicletta, la prima vera crisi dell'auto e dei consumi, i primi elogi della lentezza e del km0...
Fu curioso e paradossale l'effetto che produsse da noi la crisi petrolifera: anziché attivare l'investimento sulle fonti energetiche alternative al petrolio, a cominciare dal nucleare, produsse una forte sensibilità ecologista che di fatto paralizzò la ricerca e le centrali. Poi arrivò la mazzata di Cernobyl a dare l'estrema unzione al piano energetico del nostro Paese. Restammo come don Chisciotte, con i mulini a vento, fuori dalla realtà. E dipendenti dall'estero.
Il terreno dell'austerity era stato culturalmente preparato da alcuni sensori. Da noi per esempio ci furono le denunce di un gruppo di scienziati, il club di Roma guidato da Aurelio Peccei, che l'anno prima alla crisi energetica pubblicò I limiti dello sviluppo, un libro che riprendeva, forse senza saperlo, certo senza citarlo, un discorso di quarant'anni prima del Duce contro l'utopia dello sviluppo e dei consumi illimitati. Risale a quegli anni anche il libro apocalittico di successo del futurologo Roberto Vacca, Medioevo prossimo venturo. Il mito dell'austerity precorse l'odierna «decrescita felice» o «l'abbondanza frugale».
La cultura hippie, i figli dei fiori e le comunità alternative prima del '68 furono le avanguardie di questo movimento antimoderno. Sul versante tradizionalista riprendeva fiato la cultura antimoderna di Julius Evola, Renè Guénon, Marcel de Corte e molti autori pubblicati dalla Rusconi diretta da Alfredo Cattabiani.
Tramontava sull'onda nera del petrolio, il modello consumista ma anche il modello industrialista dei regimi d'ispirazione marxista e leninista. La convinzione cioè che il comunismo fosse «socialismo più elettrificazione», il culto della dinamo che diventò il logo per molte squadre di calcio dell'est comunista, l'ideologia del progresso, legata allo sviluppo dell'industria. Cominciò a serpeggiare l'idea di essere entrati in una società postindustriale, mentre si faceva strada il terzomondismo in difesa dei Dannati della terra, come li aveva chiamati Frantz Fanon in un celebre libro sponsorizzato da Sartre.
Sull'austerità si gettò a capofitto il Pci che la vide come «l'occasione per trasformare l'Italia» come recitava un libro firmato da Enrico Berlinguer per gli Editori Riuniti. Con la lentezza di un pachiderma il vecchio Partito Comunista arrivò in ritardo all'austerità che culminò nel '77 in alcuni incontri, uno con gli intellettuali al teatro Eliseo di Roma, un altro con gli operai al teatro Lirico di Milano incentrati sulla svolta austeritaria. Introdotto da Giorgio Napolitano, Berlinguer disse agli intellettuali raccolti intorno al Partito-Principe: «austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia». Ma vuol dire soprattutto superamento del modello capitalista, in una linea che ancora risentiva dell'influenza cristiano-comunista di Franco Rodano. Berlinguer ibridava questo ritorno all'austerità, che assumeva a volte i tratti dell'autarchia mussoliniana degli anni trenta, con un riferimento terzomondista che strizzava l'occhio al Vietnam e più cautamente alla Cina di Mao. Ma restava saldamente ancorato all'Urss con queste parole inequivocabili dette agli operai a Milano e poi raccolte in quel libro: «noi rispondiamo di no a chi vuol portarci alla rottura con altri partiti comunisti; a chi vuol portarci a negare quello che è stato la Rivoluzione d'ottobre e gli altri rivolgimenti che hanno avuto luogo nell'Oriente europeo ed asiatico, il ruolo che esercitano l'Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti negli equilibri internazionali e nella lotta per la pace mondiale; a chi vuol portarci a negare il carattere socialista dei rapporti di produzione che esistono in quei paesi». Poi si prodigava in un'apologia del «centralismo democratico» in cui, sì, tutti hanno diritto alla loro opinione ma «la posizione che risulta maggioritaria diventa la posizione di tutto il partito e tutti, quindi sono tenuti a rispettarla». Questo era al tempo Berlinguer, leninista, brezneviano e filosovietico. Contrariamente all'immagine che si vuol accreditare oggi, nella politica d'austerità di Berlinguer non c'era tanto il rigore o la questione morale ma la speranza nel collasso del capitalismo, «il declino irrimediabile della funzione dirigente della borghesia», l'egemonia del movimento operaio unita all'egemonia culturale, esplicitata nell'incontro dell'Eliseo quando il segretario del Pci sottolineò che le forze intellettuali «hanno oggi in italia un peso sociale quale non avevano mai avuto e... hanno in larghissima misura un orientamento politico democratico di sinistra». L'austerità era per il Pci di Berlinguer il cavallo di troia del comunismo in Occidente. Arrivò poi la reaganomics, l'edonismo yuppie degli anni ottanta, il collasso sovietico, a liquidare con l'austerità anche il modello comunista. Fu così che l'austerità anziché indicare un'antica virtù e uno stile sobrio di vita, evocò l'arcigno grigiore del comunismo al tramonto. Di cui Berlinguer fu l'icona triste in Italia, nonostante le postume beatificazioni, gli enfatizzati strappi e le benigne immagini ridenti.

Commenti
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bergat

Lun, 23/09/2013 - 09:19

Bravo Veneziani! Ottima analisi!

Nadia Vouch

Lun, 23/09/2013 - 09:32

Un tempo c'era un'austerità di costruzione. Vi furono coloro che impiantarono fabbriche intere, dando lavoro a centinaia e centinaia di persone, partendo dal nulla. Oggi, l'austerità è distruttiva di quanto fu costruito.

paolonardi

Lun, 23/09/2013 - 09:53

La dimostrazione della lungimiranza, rimasta inalterata fino ad oggi, dei comunisti ed eredi; un altra considerazione: la crisi degli anni '70 fu, in parte, dovuta anche alla rottura del fronte dei paesi industrializzati consumatori di petrolio sponsorizzata da due"geni" italici (Mattei e La Pira) che mise l'oro nero nelle mani degli arabi che ne gestirono, da quel momento, il prezzo e lo usarono in funzione anti ebraica e occidentale.

alberto_his

Lun, 23/09/2013 - 10:17

Analisi inconstistente. L'austerità non è sinonimo di comunismo al tramonto più di quanto non lo sia di turbo-capitalismo al tramonto, come dimostrato da quanto accade ai nostri giorni. Nei cicli economici/energetici si passa da periodi di espansione ad altri di ritracciamento, anche pesanti in dipendenza dal punto di partenza. Numerosi intellettuali (parimenti di dx e sx, per chi ha la mente duale) hanno dissertato sui benefici dell'austerità (intesa come sobrietà epicurea) e della decrescita, non limitandosi ad evidenziare solo i lati materialisti ma completando l'analisi con aspetti sociali e spirituali. La decrescita è già nei fatti, pur attuandosi in una società basata sulla crescita; per questo risulta dannosa a stomaco e mente. Per differenti regioni siamo in un'epoca di transizione, essendoci entrati tanto velocemente e partendo da un punto di relativo benessere da togliere ogni punto di riferimento. Insensato colorare politicamente un fenomeno che si ripresenta ciclicamente e che non porta con sè solo risvolti negativi.

Ritratto di fritz1996

fritz1996

Lun, 23/09/2013 - 10:25

Lo credo che Berlinguer non poteva rompere con l'URSS: altrimenti da dove gli sarebbero arrivati i soldi per mantenere in vita il gigantesco apparato del partito? Facile, vero, parlare di questione morale e tuonare contro le tangenti quando si viene finanziati da un paese straniero (e nemico)!

Fab73

Lun, 23/09/2013 - 10:34

Gran belle citazioni. Peccato solo che lei sia un filosofo e non un tecnico. Se lo fosse saprebbe che "l'austerity" non c'entra niente con comunismo e capitalismo. Semplicemente il nostro pianeta NON PUò REGGERE il nostro sistema di vita e di consumi. Il "sistema capitalista" magari è il migliore, ma sta ammazzando il pianeta. E' matematica, non filosofia. E nessuna "Reaganomics" al mondo (sistema, per altro, che ha devastato l'economia reale americana...) potrà cambiare questo. Berlinguer, forse, lo aveva capito 40 anni fa. Molta gente ancora oggi no... PS: sig @Paolonardi, in funzione anti occidentale? Mai sentito parlare di "ARAMCO"? Oppure "anti ebraica"? Lei sa chi è il maggior fornitore di petrolio di Israele? Si informi...

alberto_his

Lun, 23/09/2013 - 11:49

Riposto il senso di un precedente commento non pubblicato. L'austerità non è più frutto del comunismo al tramonto di quanto non lo sia del turbo-capitalismo al tramonto, come dimostra la situazione contemporanea. Numerosi intellettuali (parimenti di dx e di sx, per chi ancora ragiona con una mente duale) sono stati affascinati dalla decrescita e dall'austerità (intesa come sobrietà epicurea e conviviale) esplicandone i benefici non solo dal punto di vista materiale ma soprattutto sociale e spirituale. Cicli di espansione e di ritracciamento in economia sono normali; possono essere più o meno lunghi e pesanti in dipendenza anche dal punto di partenza. La decrescita oggi è nei dati economici, e in una società basata sulla crescita non può che creare danni allo stomaco e alla testa. Non vedo negatività nel riprogrammare l'esistenza sulla base di parametri più sobri e valori più autentici. Al pari di quanto fatto dal comunismo, il capitalismo coniugato in sendo neoliberista si avvia al fallimento.

Amon

Lun, 23/09/2013 - 12:27

da noi ha governato, negli ultimi 10 anni, berlusconi per la stragrande maggioranza del tempo e guarda come stiamo veleggiando verso una nuova golden age... ma per favore va

aldomaddalena

Lun, 23/09/2013 - 14:08

L'austerita'...o meglio le strette creditizie sono miti tipicamente neoliberisti. La decrescita la rifiuta persino Vendola.

Libertà75

Lun, 23/09/2013 - 15:18

vedo che mi censurano interventi, comunque signor fab73 le rammento che le politiche neomalthusiane sul lungo periodo producono la fine della società, con un bell'esempio quale la città di Detroit. Non c'è un problema di sovrapopolazione ma un problema di distribuzione della ricchezza, delle risorse e della conoscenza. Il pianeta può ben sopportare molti più di quanti siamo ora.

paolonardi

Lun, 23/09/2013 - 15:30

@Fab73. La sua lettura e' viziata da un difetto di fondo non emendabile. La crisi degli anni '70 fu dovuta anche al prezzo del petrolio che ebbe un'impennata formidabile in corrispondenza di una guerra israelo-palestinese con un dichiarato ricatto da parte degli arabi per una pace filo-palestinese. Forse poi non conosce le complesse dinamiche economiche per cui si vende, se il prezzo conviene, anche al nemico con cui siamo in guerra: "pecunia non olent". La politica economica reganiana ebbe un benefico effetto immediato, ma fu tradita dai suoi successori liberal. La crisi recente fu innestata non dal capitalismo, ma da una sua versione distorta che consenti' alle banche di prestare denaro per speculazioni edilizie senza un'adeguata garanzia ma solo nel nome di una casa per tutti (ideale socialista). Potrei continuare ma la polemica in questa forma non e' divertente. P.S. Controlli la fine che hanno fatto l'economie social-comuniste.

carlomaria.giorgio

Lun, 23/09/2013 - 15:31

Condivido l'articolo di Veneziani la 100%. Non sottovaluterei, però, l'influenza negativa a mio avviso del Concilio Vaticano II (almeno come venne presentato e mai chiarito nella sua essenza dalla Chiesa) e la confusione creata dai primi pretori d'assalto che hanno condotto all'attuale politicizzazione della magistratura.

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robertoguli

Lun, 23/09/2013 - 15:54

Ottima analisi di Veneziani. Distinti saluti. Roby

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oliveto

Lun, 23/09/2013 - 16:14

Berlinguer è, purtroppo, senza soluzione di continuità. Oggi c'è la figlia che, sfruttando una rete televisiva pubblica, nel piccolo porta acqua al calice rosso comunista: non ci vuole molto per capire l'orientamento del TG3 diretto dalla berlingueriana. Brutte pagine faranno scrivere ai posteri gli attuali comunisti, sempre fedeli al "tanto peggio tanto meglio". Si vogliono sfruttare le crisi, le disgrazie altrui per il potere. Esattamente quello che voleva fare il vecchio Berlinguer, ottenendo l'effetto opposto...Bravi comunisti, sarete delusi anche stavolta.

Mr Blonde

Lun, 23/09/2013 - 16:28

paolonardi più che altro il petrolio E' degli arabi

Libertà75

Lun, 23/09/2013 - 17:00

@mr blonde, non è colpa di certo degli Arabi se gli italiani sono contrari a nucleare, gassificatori, inceneritori, ecc...

lavativo1

Lun, 23/09/2013 - 17:14

Perché, invece di fare sempre della dietrologia "Komunista", non dite al vostro direttore di scrivere del grande affare che verrà regalato ad AIR FRANCE. dopo il "capolavoro" fatto dal vostro grande capo Berluscau, cosi i francesi si prenderanno tutto il buono che rimane di Alitalia e, ci rilasceranno i debiti da pagare. E voi vi consolerete ancora con la dietrologia "Komunista"

Ritratto di sekhmet

sekhmet

Lun, 23/09/2013 - 17:23

Per non sposare il povero Renzo, Don Abbondio gli rifila una serie di impedimenti in latino. Sempre in latino, lo stesso Renzo viene minchionato anche da Azzeccagarbugli. Per fregare noi italiani, basta qualche lemma straniero, da austerity a service tax, passando per par condicio, spending review ecc, usato come vaselina. E, sempliciotti quali siamo, stiamo lì a... va be'! Sekhmet.

Fab73

Lun, 23/09/2013 - 17:53

Libertà 75, non so da dove prende i suoi dati, ma qui Malthus c'entra opoco. Il pianeta ad oggi NON sarebbe in grado di reggere 7 miliardi di esseri umani con i tassi di consumo del mondo occidentale. La "distribuzione della ricchezza non c'entra". Il mito capitalistico della "ricchezza" non è commestibile, e la quantità di cibo e risorse NON è semplicemente sufficiente (ha idea di quante tonnellate di rifiuti produce ad oggi un singolo cittadino statunitense???). Ripeto, non sono idee, sono numeri. E tutte le teorie di questo mondo non potranno cambiare questo stato di cose. La "Reaganomics" pose semplicemente le basi per disintegrare l'economia americana devastando il già basso livello dell'istruzione e abbassando il livello medio degli impieghi (=tanti posti, ma di livello più basso). Per non parlare dell'incredibile incremento del deficit pubblico USA che crebbe in maniera smisurata nel corso delle amministrazioni Reagan, Bush 1 e 2, a causa dei tagli alle tasse per le classi più agiate. le economie socialiste non hannofunzionato (e non potevano farlo). Quelle turbo-capitaliste incontrollate (Reagan e la Tatcher ne furono gli iniziatori, con la demente "deregulation") dureranno un po' di più...

Tino Gianbattis...

Lun, 23/09/2013 - 20:35

La morte del liberismo in pratica

Ritratto di rosario.francalanza

rosario.francalanza

Lun, 23/09/2013 - 22:43

I momenti storici come l'"austerity" sono la sublimazione del mito della "redistribuzione della ricchezza" secondo le Sinistre. Significa che, creare una società di "eguali", significa anche (e soprattutto) creare una società immobile; e una società immobile è necessariamente una società povera. O comunque regolata sulla sussistenza, anche dei rapporti sociali. Ma, all'ombra dell'immobilismo e della sussistenza vige il "furto" organizzato, attraverso le tasse, dei profitti (giusti) che spettano all'imprenditore e un sottobosco sterminato di lavori e lavoricchi al nero, coperti dall'assistenzialismo. Depressione dei creativi e privilegi delle piccole volpi. Una società nella quale si è costretti a "leccare" il caporione di turno; nella quale si trovano bene solo i furbetti. Una società feudale, gerarchica, burocratica e tendenzialmente "povera" (al netto delle rendite dei gerarchi). Dove vige la pusillanimità del pensiero. Come può il comunismo non subire il fascino di una tale organizzazione? E come può non esserne nemico irriducibile il presidente Berlusconi che ha fondato la propria lotta sulla libertà, sulla speranza, sulla fiducia e sul merito?

Ivano66

Mar, 24/09/2013 - 17:13

Fab73: condivido. Il capitalismo liberista è questo: nel suo gene ha inscritta la propria morte, poiché vive di espansione, scambiando il tetto dei dividendi per la fortuna dei popoli.. Ma occorre fare attenzione a non considerare il liberalismo e il capitalismo finanziario due soggetti autonomi tra loro. L’uno non esiste, e non ha ragione di esistere, senza l’altro. L’uno giustifica e nutre l’altro. Un capitalismo svincolato dalla tirannia del profitto non è neppure pensabile. Aggiungo solo che oggi la crisi (irreversibile, poiché di sistema) viene strumentalizzata per comprimere diritti, reddito e pretese del lavoro a favore di rendita e profitto, portando alle estreme conseguenze quel trasferimento di risorse dal lavoro al capitale che ha caratterizzato l'involuzione economica dell'Occidente nel corso dell'ultimo trentennio. L'unica alternativa alla dissoluzione è schierarsi sull'altro corno del dilemma: dalla parte dei diritti del lavoro e di cittadinanza. Ma questo comporta uno scontro frontale con il potere della finanza, perché nessun progetto di un qualche respiro sarà mai perseguibile in presenza di una bolla finanziaria e del potere di mercati che in poche ore possono cambiare radicalmente il contesto di riferimento e azzerare qualsiasi disegno politico. Non sono certo Letta, Monti o Alfano, o i rappresentanti di quelle istituzioni europee e mondiali che si sono rispecchiate nella sua cultura e nel suo cinismo (e meno che mai quella sinistra europea che si è dissolta nella ostinata certezza che alla dittatura dei mercati e alla globalizzazione liberista non c'è alternativa), quelli che possono condurre uno scontro del genere.