L'amore ci salverà la vita. Che bello credere alle fiabe (se le racconta Moresco)

Allo scrittore bastano un barbone e una ragazza per inventare una storia incantevole E dire che detestava "Il favolismo di Calvino"...

A molti avrà fatto uno strano effetto vedere Antonio Moresco accolto nel salotto buono di Che tempo che fa, in occasione dell'uscita della sua Fiaba d'amore (Mondadori, pagg. 160, euro 12). È in realtà la seconda volta, la prima ci andò l'anno scorso, per parlare de La lucina (Mondadori). Servito e riverito da Fabio Fazio, il quale lo chiama amichevolmente Antonio, sebbene poi lo tratti come se fosse Luis Sepúlveda o Paolo Coelho, non capendo di aver davanti un mostro, senza dubbio uno dei più grandi scrittori occidentali.

Sono così carini insieme: Moresco sembra un vecchio parroco deluso dall'umanità passato di lì a trovare il suo ex chierichetto che invece come al solito sorride felice di esistere. Non si sa dove fosse Fazio quando Mondadori, per la ferma volontà di Antonio Franchini, ha ripubblicato l'intero, monumentale Canti del caos, e l'altro capolavoro, Gli esordi, oltre a dare il via all'intera ristampa dell'opera di Moresco. Opere immense, complesse, uscite faticosamente, che infatti non vengono mai nominate: Moresco per Fazio è un autore di favole, oltre a essere il suo parroco.

A altri moreschiani, più pignoli, avrà fatto impressione vedere Moresco elogiare il genere della favola e della fiaba quando si è scagliato per anni contro il favolismo di Calvino, però chissenefrega. In realtà io capisco Moresco fino in fondo. Non solo perché gli voglio bene. Anni fa, per esempio, mi sono scontrato con lui pubblicamente su una questione tanto cruciale quanto paradossale: a lui i critici davano del materialista, nichilista e a volte fascista, a me a sua volta Moresco dava del materialista, nichilista e a volte fascista.

Anche nell'approccio alla scienza stessa zuppa: io gli regalavo il saggio Il gene egoista (Mondadori) di Richard Dawkins, per mostrargli il lato terribile della natura, lui mi rispondeva regalandomi un altro saggio, Il gene agile (Adelphi) di Matt Ridley, per mostrarmi il lato altruistico della natura. Alla fine di Lettere a nessuno mi dedicò mezza pagina in cui mi pregava di non diventare una merda anche io. Significava restare sulla retta via, non diventare uno scrittore cattivo, pena finire all'inferno.

Solo chi non ha letto Moresco può pensare che non sia un autore profondamente moralista, che parla del bene e del male, nel bene e nel male. In questo ha ragione Fazio. Non a caso Moresco mi fece un disegno, un nostro ritratto: lui indossava la tunica da prete (non so quanto consapevolmente o meno), io ero un bullo teppista. Nel frattempo gli anni sono passati e io sarò diventato sempre più cattivo, mai però con Moresco. In Moresco ho sempre visto la grandezza dei romanzi e non il limite consolatorio, la speranza metafisica della sua visione di fondo.

Anche questa fiaba d'amore tra un barbone e una ragazza, sospesa tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, è un racconto bellissimo, poetico, commovente. È un piccolo ma intenso libro che parla di sentimenti e della vita, con pagine meravigliose dolci e amare, fiaba di uno scrittore che nella vita è altrettanto puro, ai limiti dell'inverosimile, e organizza marce contro la cattiveria.

Tuttavia anche sotto l'immane massa magmatica di Canti del caos, dietro le visioni sprigionate dalla scrittura di Moresco, tra le più potenti mai lette, emerge una visione semplicistica di condanna per la civiltà tecnologica e capitalista e, come per la religione e il comunismo, la colpa finale è della malvagità dell'uomo moderno, mai della natura in sé. Anche nella Fiaba d'amore il marcio intorno al barbone è nella società. Sono, in fondo, le tre matrici ideologiche già presenti ne Gli esordi: il seminario, la lotta politica, la letteratura come risultato delle prime due e tensione verso un «mistero» dell'esistenza. Da questo punto di vista Moresco è un upgrading di Pasolini, con la visionarietà di Michelangelo e la volontà redentrice di Madre Teresa di Calcutta. Per cui non c'è da sorprendersi se Fabio Fazio celebri la messa con padre Antonio.

Anzi, io che l'ho sempre difeso contro tutto e tutti, e spesso perfino da me stesso, in fondo negli anni mi sono sempre stupito del contrario: perché non è stato elogiato anche nel salotto buono di Repubblica? Perché anni fa Ezio Mauro non gli pubblicò quella lettera a Ratzinger sulla Chiesa (autopubblicata poi sul suo sito www.ilprimoamore.com), a pensarci straordinariamente in anticipo sui tempi? Perché la sinistra lo ha ostracizzato? Perché non diventa un autore da celebrare in un convegno di Comunione e Liberazione? Perché papa Francesco non scrive a lui, anziché a Scalfari? Perché invece lo hanno sempre trattato come uno scrittore stronzo, capitalista, cinico e scientifico? Perché, finalmente, se ne è accorto solo Fazio? Misteri della fede.