Un cuneo sulla piccola impresa

La crescita europea è caratterizzata da un serio conflitto tra i lavoratori organizzati che legittimamente chiedono sicurezze e l’economia nel suo complesso alla disperata ricerca di flessibilità. E la scarsa tonicità del nostro sviluppo amplifica questa divergenza: gli economisti direbbero che aumenta l’«avversione al rischio» dei lavoratori sempre più incerti sul proprio futuro. Le paure della «precarizzazione» dell’impiego e della localizzazione all’estero di produzioni manifatturiere sono figlie di questo fenomeno.
Sono tre i giocatori della partita. Gli imprenditori, gli industriali, che proprio oggi si riuniscono a Roma, per il loro incontro annuale. I lavoratori appunto: alcuni dei quali rappresentati dai sindacati. E la politica che dovrebbe governare questa difficile contrapposizione. Il governo Berlusconi, anche se con alcuni importanti passi falsi, ha sposato una linea di principio elementare e sperimentata. Maggiore flessibilità per le imprese e minore tassazione sui contribuenti possono dare una spinta alla ripresa economica e dunque creare condizioni di contesto favorevoli per i lavoratori: meno sicurezza sulla carta in cambio di maggiori opportunità nella sostanza. In una bella intervista lunedì sul Corriere Economia il Nobel per l’economia Edward Prescott la ripercorreva.
Il governo Prodi sin dal suo programma è apparso, data la sua genetica caratterizzazione multiideologica, diviso sui principi di fondo. La spia più evidente è la proposta riduzione del cuneo fiscale del 5%: una mossa che incide sui conti pubblici per 10 miliardi. Il cuneo rappresenta la differenza tra quanto ad un’impresa costa un dipendente e quanto quest’ultimo percepisce netto in busta paga. Tanto più è elevata questa differenza tanto più lo Stato intermedia risorse private (il monte salari delle imprese) a fini collettivi. Sbaglia l’opposizione a criticare la misura di riduzione in sé. D’altronde essa stessa, quando era governo, ha ridotto il cuneo di un punto. Avvicinare il netto in busta paga a quanto percepito dal lavoratore è cosa buona e giusta: vuol dire ridurre l’ingerenza dello Stato nei nostri affari. È l’altra medaglia della riduzione fiscale sui redditi personali.
Ma il punto è proprio questo. L’opposizione farebbe bene a chiedere a Prodi non solo come intende finanziare questa riduzione del cuneo (un aumento delle tassazioni personali provocherebbe solo una partita di giro), ma soprattutto a favore di chi. Oggi il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, se non indulgerà ad un discorso di maniera e banalmente istituzionale, chiederà ai ministri in sala come verrà ridotto il cuneo. Il discorso è infatti semplice. La sinistra massimalista vorrebbe che la riduzione dei cinque punti andasse per buona parte nelle tasche dei lavoratori. La sinistra più di mercato capisce bene che se il beneficio va solo ai lavoratori il suo effetto per la ripresa economica sarebbe ridottissimo: le imprese infatti non ne avrebbero alcun beneficio nei propri conti economici. E dunque non ne gioverebbero in termini di competitività. Una contraddizione che affiora già dalle prime dichiarazioni dei membri di questo governo.
Inoltre, come rilevava bene ieri l’Istat, occorre stare attenti al modo con cui si maneggia questa riduzione. Essa riguarda solo una voce del conto economico di un’azienda e cioè quella del monte salari: ne trarranno maggiore beneficio le imprese che hanno il costo del lavoro per unità prodotta più alto. E dunque le imprese sulla carta più inefficienti, che hanno saputo trarre meno benefici dagli incrementi di produttività portati dalla tecnologia. E non certo le piccole e medie imprese (circa il 98% della nostra economia) che hanno saputo rendersi più produttive e flessibili.
Nicola Porro