La curiosità morbosa che esorcizza il male

Ma perché la gente vive con morboso accanimento la brutta storia di Sara e della famiglia Misseri? Sbiadiscono perfino le guerre dei giudici, le inchieste sul premier, i dossieraggi, al cospetto della tragedia di Avetrana. Sarebbe facile e sacrosanto imbastire un bel processo accusatorio alla tv del dolore, agli sciacalli del video, gli esibizionisti dell’orrore, i grilli parlanti e le iene piangenti. Aggiungete poi la vergogna del pellegrinaggio di domenica scorsa alla casa dei mostri, una specie di luna park degli orrori. Sarebbe poi facile notare che tra tanti delitti feroci, ce n’è sempre uno che diventa racconto di massa, saga (...)
(...) televisivo-popolare, tormentone mediatico. La Franzoni o la Cesaroni, Erika o Amanda, dimostrano che è l’attenzione mediatica, l’esposizione in tv a rendere il caso esemplare e proverbiale. E si creano cittadelle dell’orrore, ieri Cogne oggi Avetrana, a dimostrazione che anche la ferocia o la follia non hanno connotati etnici o geografici.
Io invece vorrei proporvi un’altra riflessione. L’umanità ha bisogno di spiegare il male, di confrontarsi con il dolore più atroce, di superare la soglia per vedere dove si nasconde l’orrore. Ai colti basta leggere Seneca o Sant’Agostino, interrogarsi sul concetto del male e del dolore. Ma la gente comune coglie il male e il dolore attraverso gli esempi, i casi concreti, la vita di ogni giorno. Anche Gesù non parlava per concetti ma per parabole, narrava esempi, affrontava singoli casi di malattia e di guarigione, di morte e di resurrezione, per farsi capire. L’uomo ha bisogno di conoscere storie del male, la grande letteratura è concentrata sul male e sul dolore, a cominciare dalla tragedia greca. Potete maledire finché volete la tv e i giornali che vi parlano del male e delle disgrazie: ma un aereo che cade fa notizia, diecimila aerei che volano no; Sara che esce con sua cugina non fa notizia, Sara uccisa e stuprata dai suoi famigliari sì. Trentatré minatori che tornano la sera a casa non fanno notizia, se restano sottoterra per un’infinità di giorni sì. E a loro proposito, la miseria dell’informazione non è stata l’accanimento spettacolare nel seguire la vicenda, ma la banalità di paragonare la loro epopea ai reclusi volontari del Grande Fratello e non ai prigionieri platonici del mito della Caverna o magari alla considerazione che il loro tornare alla luce sia stato come una seconda nascita, dopo una gravidanza pericolosa nelle viscere oscure di Madre Terra.
Critichiamo pure, e giustamente, tutte le esagerazioni, ma non dimentichiamo che alle origini di tutto questo c’è un bisogno innato dell’uomo, la paura del male e la voglia di addomesticarlo, di vederlo in faccia, di viverlo attraverso le esperienze degli altri per esorcizzarlo, per scaricarlo da sé, per sentirsi immuni.
Non ha colpe particolari la tv che ha dato così grande spazio a Sabrina (un nome che a giudicare dall’età sembra anch’esso pescato dalla tv, nata quando impazzava Sabrina Salerno). Non si può giudicare col senno di poi la tv - questa entità magica tra il divino e l’infernale - che ci ha mostrato fino alla nausea Sabrina; la tv non poteva sapere in anticipo quel che poi si è scoperto. E anche la stessa ragazza, che si preoccupa di quel che si dice in tv più che in tribunale, è la versione moderna del paese è piccolo e la gente mormora, o, se vogliamo dare una formulazione più alta, di vox populi vox dei.
È inaccettabile il filo ideologico emerso a ridosso della storia di Sara. Dal coinvolgimento di padre e figlia, e dai casi di violenza sessuale perpetrati gran parte delle volte in famiglia, c’è chi ha dedotto la solita moralina immorale: questa è la famiglia, il luogo degli orrori. Si perde come spesso succede, la distinzione tra l’eccezione e la norma. Per una famiglia abitata da mostri ce ne sono mille fondate sulla dedizione, l’amore, il sacrificio. Tra i venti milioni di famiglie italiane ce ne sarà qualche migliaio abitata da mostri, magari coperti dall’omertà familiare, e ve ne saranno svariate fondate sulla sopraffazione, la violenza, l’abuso. Ma la stragrande maggioranza delle famiglie sono il rifugio sicuro, la protezione primaria, la casa degli affetti, il luogo dell’autenticità in cui siamo veramente noi stessi, che nessun’altra realtà sociale può neanche vagamente sostituire. Poi ci sono tante famiglie sfasciate o in crisi permanente, separazioni a grappolo, genitori latitanti e figli debosciati. Ma la famiglia tradizionale non è il museo degli orrori, come la metropolitana non è il luogo in cui si prendono cazzotti mortali, solo perché è accaduto a una povera infermiera romena. Si scambia la vita di ogni giorno con l’orrore di un evento; si creano muri di diffidenza tra milioni di persone solo perché sparute minoranze abusano della propria libertà.
Certo, c’è bisogno di misura e di sobrietà, c’è bisogno di responsabilità educativa nell’uso dei media, sapendo che il mezzo non è neutrale e se non educa, diseduca. Non va lasciato a se stesso e alle regole del commercio. C’è bisogno di una tv più diversificata in cui accanto al becero gossip del dolore vi sia anche chi colga l’umanità, tragga riflessioni più alte, sentimenti più nobili e usi le tragedie per far crescere un popolo, senza assecondare la sete di sangue. Personalmente non guardo i programmi del dolore, detesto le lacrime in diretta e la disperazione rubata al volo dalle telecamere e provo un leggero ribrezzo per gli specialisti della tv del dolore. Ma riconosco che questi riti collettivi sono forme di partecipazione e catarsi comunitaria, e possono essere risposte di civiltà alla barbarie e non l’inverso. Sin da quando siamo bambini abbiamo bisogno di capire dove si nasconde l’orco, abbiamo necessità di dargli un volto e di delimitarlo in un confine, in un luogo, in un volto. Perché siamo miseramente, imperfettamente e splendidamente mortali.