Il custode della «stanza» di Indro: «Fui io a dirgli chi era veramente»

Pochi giorni prima che Indro Montanelli festeggiasse il suo 90° compleanno, destino volle che a Fucecchio morisse, ottantenne, Indro Montanelli. Celebrate le esequie dell’omonimo, l’amico più caro che il decano dei giornalisti aveva al paese natale, Alberto Malvolti, si preoccupò di far coprire gli annunci funebri sui muri per impedire che l’illustre concittadino li vedesse mentre saliva a Palazzo Della Volta per il taglio della torta a forma di Lettera 22.
Sette anni dopo, Malvolti continua a circondare di premure il suo Indro anche da morto. Una volta la settimana, mentre la moglie Norma sistema i fiori freschi sulla tomba, è lui a raccogliere le testimonianze d’affetto che s’accumulano sulle «cremate ceneri, raccolte in un’urna fissata alla base, ma non murata», come il fondatore del Giornale precisò con la meticolosità del cronista e l’angoscia del claustrofobico nel necrologio vergato di proprio pugno. Gli capita di trovare strani messaggi. In mancanza di carta, dal pacchetto di Gauloises Blondes un anonimo ha estratto una sigaretta e ci ha scritto sopra: «L’unico giornalista da cui ho potuto imparare qualcosa». Un post-it verde, appiccicato a una lettera straziata, implora: «Se possibile accanto alle ceneri, grazie».
I suoi lettori erano, sono, così. E se un pugno di polvere è tuttora, e resterà in eterno, Indro Montanelli l’Insuperabile è solo perché così hanno decretato loro, i lettori, senza i quali nessuno che faccia questo mestiere può dire d’esistere. Generosi: «Avrei voluto regalarle vent’anni della mia vita» (Nello). Tenaci: «Abbiamo fatto 500 km per dirti grazie Indro» (Bruna e Luigi). Desiderosi di restituirgli almeno un poco del tanto che il suo genio dispensò quotidianamente: «Ho fatto iscrivere l’amato e compianto Indro Montanelli alle Sante Messe Perpetue della Basilica dei Frati a Padova, in modo che qualcuno preghi sempre per lui». Smarriti eppure perseveranti: «Caro Indro, tempi bui. Hai azzeccato il momento. Ci rivedremo. Riservaci un posto buono. Come sempre ci fidiamo di te» (Pinuccia).
Adesso sono loro, i lettori, a informare lui sulle tragedie dell’umanità: «Dopo il giorno 11/9 mi manchi ancora di più». Loro a ragguagliarlo sulle miserie della politica: «D’Alema ha ordinato una nuova barca da 18 metri». Loro a vigilare sull’ortodossia dei giornali: «Riposa in pace, magari arruffandoti un po’ per queste pagine» (a pennarello sulla testata del Corriere della Sera del 25 luglio 2002). Loro a cercare di trasfondergli la fede cristiana che si rammaricava di non aver avuto in dono dal Padreterno: «Da qualche parte mi ascolti, mi leggi, ti lascio queste righe e so, quanto meno spero, che almeno sull’esistenza di Dio tu ti sia sbagliato» (Luca, di Bologna).
Alberto Malvolti, 60 anni, presiede la Fondazione Montanelli-Bassi. È il custode della «stanza» di Indro, anzi delle «stanze», cioè gli studi domestici di viale Piave a Milano e di piazza Navona a Roma che sono stati fedelmente ricostruiti in questo antico palazzo di mattoni rossi sbrecciati, dirimpetto alla casa dove Montanelli nacque nel 1909. Sulla scrivania è rimasta aperta l’agenda del 2001: da lunedì 9 luglio e fino a sabato 21 il giornalista ha scritto a stampatello «Madonnina», il nome della clinica milanese dove mercoledì 11 luglio – è annotato anche questo – avrebbe subìto l’«intervento». Morì domenica 22 luglio, proprio il giorno in cui prevedeva di tornare a casa, e in qualche modo è andata così, visto che riposa nella sua Fucecchio. Certo presagiva d’essere atteso a un appuntamento che qualcun altro avrebbe preso per lui, perché nel calendario non risulta segnato nient’altro sino alla fine dell’anno. Che era «giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza» gli fu chiaro alle ore 1.40 del mattino di mercoledì 18 luglio, quando volle compilare la versione definitiva del necrologio che negli ultimi anni si era scritto e riscritto più volte. Sicché a rileggerla oggi quella parola «Madonnina», ripetuta per 13 giorni consecutivi sino alla vigilia del trapasso, assume il tono di un’estrema invocazione.
Tutti i pomeriggi, tranne il martedì e il giovedì, Malvolti guida i visitatori nelle «stanze» di Montanelli. Vi entrano convinti di poterne afferrare la presenza, ne escono ancor più turbati dall’assenza. In mezzo ai tanti ricordi manca il pezzo più importante: lui. L’amico-custode lo chiama «il vuoto». A riempirlo non bastano le migliaia di reperti, fra i quali, appeso a una parete, figura anche il biglietto dattiloscritto che Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, brigatisti rossi pentiti, inviarono «con rispetto e stima» dal carcere di San Vittore all’ex nemico che avevano azzoppato a pistolettate il 2 giugno 1977 in via Manin a Milano: «Al di qua, della politica, dei mestieri, delle logiche contrapposte, delle faziosità imperanti e della congerie del disumano vivere, a volte, coraggiosa – molto più che “spararsi” a distanza – una pagina altra si inscrive di valori nel palmo di un sentire all’unisono ricambiato con la “stretta di mano” fra uomini contro». Un attentato sintattico che a Indro dovette far più male dei quattro proiettili nelle gambe. Ma gli perdonò anche quello.
Si può sapere quante Olivetti Lettera 22 aveva Montanelli? Se le due che usava abitualmente sono qui, come fa ad averne una anche Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano?
«L’unica, vera mitica Lettera 22 è questa che vede. Albertini possiede una Lettera 32 donatagli da un familiare di Indro, una delle macchine per scrivere che egli teneva in casa di riserva».
Come nacque la vostra amicizia?
«Era amico di mio padre Piero, avvocato, morto nel 1998, col quale creò questa fondazione. Io ho insegnato lettere per trent’anni nella scuola media intitolata al suo avo Giuseppe Montanelli e poi mi sono dedicato agli studi di storia locale. Degli antenati Indro sapeva ben poco. Le sue conoscenze non andavano oltre il bisnonno paterno Rinaldo, nato nel 1709, chiamato l’Ammiraglio perché possedeva delle barche in Arno, o “una flottiglia di navicelli”, per dirla col pronipote. Perciò mi chiese d’indagare».
Che cosa scoprì?
«Ricostruii l’intera genealogia fino al capostipite Guillicione, figlio di Rustico, citato in un documento del 1098. All’epoca della prima crociata i suoi avi erano consiglieri dei conti Cadolingi, fondatori del castello. A metà del 1300 compare un certo Piero detto Montanello. Un soprannome che deriverebbe dall’uccello dei Passeriformi conosciuto anche come fanello».
E l’origine del bizzarro nome di battesimo l’ha chiarita?
«Su quella non sussistono dubbi: fu un dispetto che il padre Sestilio, ingiuese, cioè appartenente alla bassa borghesia della Fucecchio di sotto, fece alla moglie Maddalena Doddoli, insuese, cioè appartenente a un illustre casato della Fucecchio di sopra, la quale aveva preteso di partorire il figlio nella casa avita. Indra è il nome di una divinità indiana dei Veda. Per la verità, solo dopo la sua morte ho scoperto che nei registri parrocchiali era battezzato come Indro Alessandro Raffaello Schizogene. Credo che nemmeno lui sapesse di questo quarto nome, derivante da schizomai e gene: generatore di divisioni. Il babbo, che era un buon grecista, fu facile profeta».
Che cos’è questa storia che non sarebbe stato il vero padre?
«Una bufala indegna basata sul fatto che Sestilio Montanelli, prima preside e poi ispettore scolastico, nel 1921 si trasferì con la famiglia a Rieti e che qui abitava il principe Ludovico Spada Veralli Potenziani Alemanni, la cui somiglianza con Indro era in effetti impressionante».
Un po’ tardi per un concepimento extraconiugale: Indro nel 1921 era già dodicenne.
«Appunto. Senza contare che la madre era una donna molto pia. Ciò nonostante hanno fantasticato sulla partecipazione del principe a una corsa ippica svoltasi nel 1908 a Pisa, 47 chilometri da Fucecchio... Fantascienza. E pensare che il giornalista di Rieti che ha tirato fuori questa storiaccia sul Tempo, un mese prima è venuto qui da me, presentandosi come un ammiratore di Indro».
È ancora divisa fra ingiuesi e insuesi, Fucecchio?
«Come no. Solo che quelli che prima stavano ingiù ora stanno insù, e viceversa».
Nel paese basso ho visto una concessionaria Ferrari-Lamborghini-Porsche. Qui fuori un fabbro che batte ancora sull’incudine.
«Ma l’identità di Fucecchio è cambiata. Quassù ora vivono gli immigrati albanesi, cinesi, senegalesi e le badanti rumene. Tutta gente rispettabile, intendiamoci. Ma fra noi ci si riconosce poco».
Indro chi amava incontrare quando ritornava?
«Le persone umili. Come il coetaneo Giulio, un tipo stravagante che aveva combattuto con lui in Eritrea, e le clarisse del monastero di San Salvatore».
Insolito per un agnostico.
«Talvolta ha accompagnato alla messa festiva mio padre, che era molto credente, per non arrecargli un dispiacere».
Non si stufava?
«Seduto in questa stanza, l’ho visto rispondere con pazienza per due ore filate alle domande che i giovani della sinistra fucecchiese gli rivolgevano per il loro modesto giornalino».
C’era qualcosa che lo mandava in bestia?
«La maldicenza e l’ipocrisia».
Perché è stata denominata Fondazione Montanelli-Bassi?
«I Bassi erano grandi amici di Montanelli, tanto che lui li chiamava nonni. Fu Emilio Bassi a costruire la scrivania cui il giornalista rimase attaccato fino all’ultimo. Nella villa delle Vedute, alle Cerbaie, di proprietà della famiglia Bassi, Indro trascorse un’infanzia felice a contatto con i mezzadri, i cacciatori, gli animali. Una delle rare volte che lo vidi cedere alla commozione fu il giorno del 90° compleanno, quando rievocò un suo incubo notturno. Aveva sognato di tornare alle Cerbaie. Sull’uscio gli si era presentato un altro se stesso, male in arnese, che lo aveva apostrofato rudemente: “Te cosa vuoi? Te non hai più il diritto d’entrare qui dentro, perché sei andato via. Hai avuto successo, onori, belle donne, vita allegra, tutto. Io invece sono rimasto qui. Mi hai lasciato da solo a difendere il tuo giardino dei ciliegi”».
Com’è che continuano a saltar fuori inediti di Montanelli?
«Ne sono rimasti solo pochi: un diario personale che tenne giornalmente ma solo negli Anni 50; un epistolario con la moglie Colette Rosselli; una cinquantina di lettere che inviò a un’amica di Milano».
Che genere di lettere?
«Normali, di un uomo bisognoso di confidarsi. Nulla di sentimentale».
Per quale motivo molti articoli gli restavano nel cassetto?
«Poteva capitare che qualche collega arrivasse prima di lui su un certo argomento. È il caso di uno spiritoso racconto che tengo in serbo, riguardante il tenente Spezzafumo descritto anche da Giancarlo Fusco».
Da dove nasceva la sua straordinaria sintonia con i lettori?
«Dalla capacità di mettersi in relazione dialettica con loro, alla maniera di Niccolò Machiavelli nel Principe. Il suo frequentatore più assiduo, qui a Fucecchio, era un calzolaio, che ancor oggi sospira: “Ah, come sapeva farsi capire Indro...”».
C’è qualcuno del quale si possa dire altrettanto?
«Molti si dichiarano suoi eredi o suoi alunni. Ma io non vedo in circolazione né gli uni né gli altri. Lo stesso Sergio Romano, che ha occupato la sua Stanza al Corriere, è bravissimo, per carità. Ma scrive da saggista. Indro era un’altra cosa».
Però la sua capacità rabdomantica nell’intercettare gli umori della gente non ebbe molto modo di dispiegarsi al Giornale, che con lui direttore non superò mai le 180.000 copie. Quando gli comunicarono che la diffusione era scesa intorno alle 120.000 copie, ribatté: «Troppe. Vuol dire che stiamo sbagliando qualcosa».
«Be’, basta guardare a quali programmi televisivi s’appassiona il grande pubblico per comprendere che Indro avrebbe fatto meglio a dirigere un quotidiano come Il Foglio, da cercare all’edicola solo per leggervi la sua opinione».
E quale pensa che sarebbe stata la sua opinione su Benedetto XVI preso di mira dai musulmani?
«In tanti mi chiedono che cosa avrebbe commentato Montanelli su questo o su quest’altro, ma è arbitrario dare risposte per conto di un morto. Mi verrebbe da osservare che il Papa poteva anche risparmiarsela quell’infelice citazione, ben sapendo che i fondamentalisti sono sempre in cerca di pretesti per incendiare le piazze. Poi però mi tornano alla mente i reportage di Indro sull’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, in cui rimprovera agli americani d’essere rimasti silenziosi a guardare i carri armati che entravano a Budapest. E allora mi dico che non si può sempre restare zitti».
Chi è stato il miglior amico di Montanelli fra i giornalisti?
«Ahi ahi, temo di non saperlo».
Si sforzi.
«Dei viventi, l’unico sempre presente nei suoi discorsi era Gaetanino Afeltra, scomparso l’ottobre scorso. Gli altri che citava di frequente erano tutti morti: Dino Buzzati, Egisto Corradi, Leo Longanesi».
Le è mai capitato di sentirlo parlare dei molti che si vantano d’essere cresciuti alla sua scuola? Di un Marco Travaglio, per esempio.
«No, mai».
Fuori dal mondo della carta stampata chi era l’amico più caro?
«Qui a Fucecchio veniva spesso accompagnato da Mario Castiello D’Antonio, che a quell’epoca era presidente onorario del Consiglio di Stato».
A quale dei direttori del Corriere era più affezionato?
«Forse a Giovanni Spadolini, anche se gli piaceva sottolinearne bonariamente la prosopopea».
Non crede che anche Indro fosse altrettanto vanitoso, pur senza darlo a vedere?
«Eh, insomma... Alla propria immagine teneva parecchio. È stato un uomo in pubblico anche nella morte. S’è scritto il necrologio da solo per impedire che il suo coccodrillo fosse affidato ad altri, che sarebbero di sicuro andati sopra le righe. Alla commemorazione ampollosa ha preferito un sunto scabro».
Chissà perché, lui così refrattario alle mode, si piegò all’eccentrico vezzo di Gianni Agnelli e per un periodo portò l’orologio sopra il polsino della camicia.
«Non gliel’ho mai visto».
Ho le foto. Lo teneva allacciato in quel modo anche il giorno dell’attentato, vada a controllare.
«Si vede che l’ho conosciuto quando era tornato a indossarlo sotto il polsino».
Negli ultimi anni soleva ripetere: «La politica non mi appassiona più». Come mai?
«Nel teatrino erano venuti a mancargli i protagonisti, gli uomini veri alla Giolitti, alla De Gasperi. Ma sarebbe ingiusto dire che se ne disinteressasse. Fu attento alla politica fino all’ultimo. Solo che gli piaceva guardare più al passato che al futuro. Un effetto della vecchiaia».
Alcuni sostengono che a Silvio Berlusconi non abbia perdonato proprio questo: la discesa in politica. Per una forma di gelosia: non tollerava che il suo editore si occupasse in prima persona della materia cui aveva dedicato la vita intera.
«Io credo che al Cavaliere non abbia perdonato d’essersi intromesso nella linea del Giornale, che considerava una sua creatura».
S’è congedato da questo mondo senza averglielo perdonato?
«Non era uomo di antipatie, Indro. Non l’ho mai sentito covare astio o risentimento nei confronti di nessuno».
Oltre a questa fondazione, che cosa rimane di Montanelli a Fucecchio?
«Solo una biblioteca».
In Comune chi comanda?
«Una Giunta infinitamente di sinistra, con sindaco diessino. Va così dalla fine della seconda guerra mondiale».
Era diventato il loro beniamino e non gl’intitolano neppure una strada o una scuola?
«Una volta, se osavi parlare di lui, ti aggredivano: “Montanelli chi? Quel fascista?”. Ma non è che sia cambiato molto dopo la rottura con Berlusconi. È come se il tempo si fosse fermato al 1961, quando venne a Fucecchio per la proiezione in anteprima del suo film I sogni muoiono all’alba. Al cinema Pacini si presentarono dieci spettatori in tutto. Indro ci rimase malissimo».
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