Dall’asfalto al verde: il viaggio della 77 sognando Chiaravalle

P rima di imporre al lettore il secondo tratto della linea 90/91 facciamo una scappata su una linea che ha sempre attirato la mia attenzione: la 77, che fa servizio tra piazza Medaglie D'Oro e la frazione di Poasco, situata un paio di chilometri dopo l'abbazia di Chiaravalle.
I motivi della mia curiosità sono tre. Il primo è Corso Lodi, una delle vie più lunghe e complesse di Milano. Il secondo è il tratto compreso tra Piazzale Gabriele Rosa e il «Nocetum», alla confluenza tra viale Omero, Via Ravenna e Via S. Dionigi. Il terzo sono i dintorni dell'abbazia, oggi inclusi nel Parco della Vettabbia, dove Milano non è più né centro né periferia, ma aperta campagna, pur mantenendo il carattere della città.
Corso Lodi inizia da Porta Romana con una certa pretenziosità impettita, che però scende ben presto a più miti consigli diventando un bel viale ampio affiancato da abitazioni decorose. Questa parte sudorientale della città somiglia per alcuni aspetti a quella settentrionale: non ricca in termini di denaro ma molto ricca di episodi urbani sorprendenti, soprattutto a partire da Piazzale Lodi. Corso Lodi è una tra le poche vie di questa parte di città che abbiano l'autorevolezza di scavalcare la cinta ferroviaria che stringe la città a sud e poi a est: una zona dove troviamo anche diverse vie interrotte o dismesse. Scendo dall'autobus all'inizio del cavalcavia. Se di solito ferrovia e circonvallazione corrono affiancate, qui i percorsi si divaricano producendo una striscia di città sottile, difficilmente utilizzabile e quindi brutta e tendenzialmente degradata.
Dopo i binari, invece, comincia un nuovo pezzo di città, anzi: diversi pezzi di città. Mi attira, sulla destra, via Brembo, che delimita a nord una zona popolare molto interessante, con forte componente multietnica e con una struttura urbana armonica. Via Brembo prosegue lungo la ferrovia per poi cambiare nome in via Lorenzini e ricongiungersi, dopo un lungo tratto, a Via Ripamonti. Da quella parte le vie pencolano tra il mantenimento della vecchia fisionomia piccolo-industriale e il degrado.
Dalla parte di Corso Lodi, invece, si respira un'aria di borgo ordinato. Tra le strade di questa zona si riconosce facilmente il nucleo più vecchio, per la forte impressione di «paese» che suscitano. Da Via Benaco piego in una di queste vie più vecchie, via Tagliamento, parte di un lungo asse che attraversa mezza Milano sud. Via Tagliamento porta in Piazza S. Luigi, che ricorda una piazza di paese, non tanto per la chiesa quanto per una via che l'attraversa un po’ di sbieco, via Don Giovanni Bosco, la cui fisionomia tradisce un passato di strada di campagna. È la via che un tempo si dipartiva dalla via romana (poi Corso Lodi) per condurre i fedeli e i pellegrini a uno dei luoghi-chiave della nostra città: l'abbazia di Chiaravalle, e cambiava nome in via Bessarione e, poi, in via S. Dionigi. Oggi via Bosco non comunica più con Corso Lodi, ma si ferma contro un contrafforte del cavalcavia ferroviario.
Tornato su Corso Lodi, lo attraverso. Dalla breve via Massarani l'occhio è colpito da un enorme bizzarro edificio. Lo raggiungo: si trova racchiuso tra le vie Nervesa, Longanesi e Gonzalez. Guardando meglio, mi accorgo che il bizzarro edificio è formato da due edifici, tutti e due bizzarri ma anche gradevoli. Uno dei due è la Torre Mangoni, progettata dallarchitetto Mangoni, che i più conoscono come l'inguaribile pagliaccio che fa parte - pur senza cantare né suonare - del gruppo Elio e le Storie Tese. L'edificio mi piace perché, alla fine, somiglia un po’ alla vita: arruffato ma affascinante. Proprio un'ora fa, passando davanti al Coin di Piazza 5 Giornate, ho incrociato una lunghissima coda di gente che aspettava di entrare. «Cosa succede?», ho domandato a una signora. «Un evento» mi ha risposto. Elio è proprio tra noi.
Diversamente dall'altro lato, popolare e multietnico, questo lato del corso è più ricco. Edifici di abitazione piuttosto belli (compresa la Torre Mangoni, che non è stata pensata per i poveri), molte ristrutturazioni, loft. Nasce in me un pensiero malinconico: quando una storia finisce, i suoi protagonisti sono estinti e la storia dispersa, allora si comincia a ristrutturare. In Via Nervesa sorge anche l’edificio più brutto di Milano, che di brutti ne ha parecchi, ma questo li batte tutti. Vi hanno sede una società pubblicitaria e una editoriale, e mi spiace per loro.
Risalgo sulla 77, che sbocca in Piazzale Corvetto, all'inizio di una nuova zona piuttosto malfamata della città, e prosegue nel cuore di questa zona. Scendo in piazzale Gabriele Rosa. Qui possiamo constatare la differenza abissale tra i vecchi progetti di edilizia popolare - case belle, solo un po' délabrées, le cui facciate riproducono l'andamento circolare della piazza - e quelli nuovi, dall’aspetto carcerario. Se la fama della zona è cattiva (Via dei Cinquecento, Via Ravenna ecc.), i paramenti ai portoni e alle cancellate raccontano anche di una vitalità del quartiere, della necessità di non subire. Non è il lutto per la morte di un notabile della zona, come avevo pensato, ma la festa per la processione di Santa Rita, che coinvolgerà questa sera le vie del quartiere.
Poche centinaia di metri più in là, all'improvviso Milano si arresta contro il mare del Parco Sud. Non c'è, qui, quel morire lento della città, quello sminuzzarsi dentro il paesaggio naturale. Eppure io so che anche quei campi così belli appartengono in toto alla città. All'ombra dei casermoni di una delle zone più difficili della città ecco un'antichissima chiesetta, ecco due cascinali. Uno dei due è occupato dall'Associazione Nocetum, e oggi è bello e accogliente, mentre qualche tempo fa era in rovina. Sono state due suore, Ancilla e Gloria, a rimetterlo in sesto e a trasformarlo in un centro multifunzionale, con piccoli appartamenti per l'accoglienza delle famiglie di stranieri senza casa e uno spazio per incontri, convegni, forse anche feste di matrimonio.
Il Nocetum, come dice la parola, sorgeva in un bosco di noci (che non esiste più) ed era uno dei rifugi dei cittadini milanesi durante le molte invasioni barbariche. La presenza di queste piccole suore, che tutta la zona rispetta perché ne riconosce l'importanza, è qualcosa di vivificante, proprio come la Vettabbia, il grande fontanile, che qui scorre libera con la sua acqua grassa di vita, a dispetto degli scarichi abusivi.
Vado a salutare suor Ancilla. Ornato simbolicamente con una «porta» del Parco Sud, il Nocetum è soprattutto una porta di Milano, che è stata edificata da centinaia e centinaia di opere come questa. Se non si guarda a queste opere, è impossibile capire qualcosa dell'enigma di Milano: un enigma che, a differenza delle altre città, Milano non tiene gelosamente per sé. Con suor Ancilla si parla dei tanti atti di generosità nascosta di questa città. Le racconto di un panettiere piuttosto famoso che ogni mattina fa un quintale di michette per regalarle alle opere di assistenza dei poveri e dei malati. Le mi parla di un panettiere musulmano, amico da tanti anni del Nocetum, che fa altrettanto. Oggi nessuno crede nei miracoli, ma quello a cui si crede di meno è che le persone possano cambiare, diventare più umane. È il tipo di miracolo in cui Milano si è specializzata, ma nessuno ci crede più, anche se continua ad accadere.
Il mio viaggio prosegue in una campagna che porta tanti segni (negativi) della città, tra cui alcune piccole discariche a cielo aperto. Ma la bellezza alla fine prevale. La 77 prosegue tra grandi pioppi lungo una risorgiva scintillante. Nel punto in cui questa scavalca mediante un ponticello la Vettabbia, ecco finalmente l'Abbazia. Per me è sempre commovente venire qui. Chiaravalle, immersa nei campi, appare necessaria alla città come il Duomo stesso. Se il Duomo è il trono di Cristo, le abbazie che circondano la città sono i suoi angeli custodi. Se il Duomo è l'uomo politico, la abbazie sono la sua scorta. E non lo ammazzerete se, prima, non avrete ammazzato anche loro.