IL DANTE SEGRETO «Così l’ho decrittato alla luce dello yoga»

Ha letto la Divina Commedia per tre anni alle detenute nel carcere di Opera. E oggi va nelle scuole, tiene conferenze, dal Museo della scienza e della tecnica di Milano all’Università di Budapest, presso i circoli danteschi e i centri di yoga di tutta Italia (appuntamenti su www.segretcose.it). Se a qualcuno pare balzano l’accostamento fra Dante e lo yoga dovrebbe leggere Le segrete cose, Dante tra induismo ed eresie medievali (ed. Moretti Honegger) perché è proprio della sua autrice, Maria Soresina, che stiamo parlando. Milanese, un passato di traduttrice, laurea in Scienze Politiche con una tesi su Karl Kraus, la sua passione per coniugare Dante e l'induismo è nata per caso: «Durante un viaggio in India, nel 1992», racconta. «In borsa avevo la piccola edizione Hoepli della Commedia, un regalo di mia figlia. Di giorno approfondivo lo studio delle filosofie indiane, di sera leggevo Dante. Non ci ho messo molto a vedere che esistevano molti punti in comune».
Quindi l'India l'ha aiutata a capire meglio Dante?
«Grazie allo studio del pensiero indiano è possibile decodificare il linguaggio simbolico utilizzato nella Divina Commedia e allora si comprende il messaggio spirituale di Dante. Che è incredibilmente simile a quello dell'induismo».
Quali le principali connessioni?
«L'importanza del guru che Dante individua in Virgilio. Dante si sottomette apertamente al suo maestro, così come avviene ancora oggi fra maestro e discepolo in India. Poi l'idea del contrappasso assimilabile al concetto di karma e la chiara allusione alla reincarnazione che Dante espone nel Paradiso. E l'idea di superamento degli opposti, la realizzazione spirituale che sta oltre le categorie di bene e male, così forte in Dante e nel pensiero indiano».
Dante esperto di yoga?
«Non dico che Dante conoscesse l'induismo, eppure le connessioni sono forti. È stato a questo punto della mia ricerca che ho incontrato i catari, cristiani medievali che, similmente agli indù, credevano nella reincarnazione e praticavano il vegetarianesimo».
Quindi la sua tesi è che anche Dante fosse cataro...
«La grandezza di Dante non è riducibile a nessun “ismo” e quindi nemmeno al catarismo, però la dottrina che espone è quella».
Anche in relazione al cibo, lei sostiene...
«...che ci sono connessioni con il catarismo. Mi sono soffermata sulla pena che Dante riserva ai golosi. Il loro destino è di essere scuoiati e squartati da Cerbero, un cane dalle tre gole. I dantisti hanno sempre affermato che per questi peccatori non sia previsto un vero e proprio contrappasso. A meno che, dico io, Dante non ci voglia segnalare come peccato ciò che l'uomo fa normalmente agli animali: scuoiarli e mangiarli. Come le dicevo i catari erano vegetariani. Infatti uno dei mezzi che l'Inquisizione utilizzava contro di loro era proprio la costrizione a uccidere un animale. Se non lo facevano, era una prova in più di catarismo. La repressione fu violenta perché l'eresia dilagava. Consideri che a Firenze, intorno al 1250, un terzo della popolazione aderiva al catarismo, e si trattava dell'aristocrazia, della nascente borghesia».
Segni del catarismo a Milano?
«Lungo l'attuale Corso Monforte, nel 1031, vennero bruciati per ordine dell'arcivescovo Ariberto d'Intimiano i catari della prima comunità italiana, quella di Monforte d'Alba. E in Piazza Mercanti, un altorilievo equestre sul Palazzo della Ragione celebra il podestà Oldrado da Tresseno che “costruì il palazzo e bruciò i catari come doveva”».
Torniamo a Dante: cosa lo rende così indigesto a scuola?
«I commenti dei commentatori. E tutto questo accanirsi a spiegare storicamente i personaggi che Dante incontra. Allora il messaggio spirituale del poema va perduto».
Cosa potremmo guadagnare da una rilettura profonda della Divina Commedia?
«Una visione più alta della vita, il senso dell'amore fra gli uomini. E il vedere Dio dentro di sé, al di là delle istituzioni, messaggio fondamentale per cui i catari sono stati perseguitati».