"Le date delle stragi di Osama sono nel Frankenstein"

Toni Paone da una copia del romanzo ottocentesco comprata sulle bancarelle ha ricavato un saggio che si legge come un giallo. "Benazir Bhutto per 20 anni mise in guardia l’Occidente dal mostro. Sayyid Qutb, autore del vangelo degli attentatori suicidi,
conosceva il libro di Mary Shelley. E fra i suoi allievi c’era Al
Zawahiri"

Le date degli attentati di Al Qaeda che hanno insanguinato l’Occidente erano tutte contenute nel Frankenstein della scrittrice inglese Mary Shelley e i fondamentalisti islamici che li hanno progettati si sono probabilmente ispirati al mostro creato dal dottor Victor Frankenstein. Lo ha scoperto, forse per competenza territoriale, uno studioso originario di Portici: nel celeberrimo romanzo ottocentesco, lo scienziato svizzero che costruisce l’orribile creatura risulta nato a Napoli. E morto un 11 settembre.
Il professor Toni Paone è il primo a volersi difendere da simili suggestioni, «ben conscio che inseguendo la ghematriah e la kabbâlah si può far dire ai numeri e alle lettere tutto e il contrario di tutto». Eppure. Sommando le cifre che compongono la data 11/9 abbiamo di nuovo 11 e lo stesso sommando le cifre del corrispondente giorno dell’anno, il 254°, ossia 2+5+4 uguale 11. Undici è il numero d’ordine cronologico d’ingresso dello Stato di New York nell’Unione federale. Undici è il giorno della nascita di Al Qaeda nell’agosto 1998. Undici era il numero del volo American airlines che aprì la sequenza catastrofica. Undici la somma che si ricava addizionando 92, ovvero il numero di passeggeri su quell’aereo. Undici le lettere contenute in New York City, The Pentagon, George W. Bush, Afghanistan. Se poi la tragica data viene scritta all’americana, col mese che precede il giorno, salta fuori 9/11, cioè il numero telefonico di emergenza negli Usa. E 911 è esattamente il numero di giorni intercorsi fra l’attacco del 2001 alle Torri gemelle e le bombe del 2004 nella metropolitana di Madrid, tenendo conto dell’anno bisestile che c’era di mezzo.
Paone sta facendo il giro delle case editrici per proporre il dattiloscritto del suo Frankenstein & Al Qaeda, sottotitolo L’ombra del mostro negli attentati terroristici del XXI secolo all’Occidente, un saggio rigoroso e angosciante che si legge come un giallo, un’accurata ricognizione letteraria che si trasforma in una stringente analisi politica. Con tanto di copertina che s’è disegnato da solo, utilizzando la locandina di The Colossus of New York, un film del 1958 in qualche modo anticipatorio, nel quale il Frankenstein di turno sullo schermo seminava morte al Palazzo di Vetro dell’Onu: la costruzione delle Twin towers del World trade center sarebbe cominciata soltanto otto anni dopo.
«I grattacieli al centro degli attacchi del 2001 erano la rappresentazione iconica in scala ciclopica del numero 11», suggerisce il professor Paone. «Con la loro apparenza solida e parallelepipeda simboleggiavano un doppio gendarme messo a guardia dell’ordine economico mondiale». Tutto diresti tranne che venga da studi di perito agrario. Nel 2005 s’è laureato in lettere moderne all’Università Federico II di Napoli con 110 e lode e menzione d’onore, «un po’ fuori tempo massimo, perché ho sempre dovuto lavorare per mantenermi negli studi, prima come ispettore di agricoltura biologica e poi come consulente telefonico della British Telecom in Irlanda, dove ho abitato per due anni».
Il libro in cerca di editore è nato dall’incoraggiamento del sociologo delle comunicazioni Alberto Abruzzese, con il quale Paone, oggi insegnante precario in attesa di collocazione nelle scuole secondarie di Ferrara pur essendo residente nel Casertano, ha collaborato nell’ambito del Festival del reportage di Atri (Teramo) diretto da Toni Capuozzo, l’inviato di guerra del Tg5. «Non so se le mie teorie siano vere, però sono seduttive, rappresentano la cronaca di una fascinazione», spiega l’autore, convinto d’essere più vittima che protagonista di un caso di serendipità: la scoperta di una verità imprevista, e non inseguita, mentre era alla ricerca di tutt’altro. Quasi una predisposizione di natura, che si direbbe correlata a una sensibilità ultrasensoriale scaturita dalla misteriosa patologia di cui soffre fin dalla nascita: «A volte, rincorrendo le mie idee, vengo colto da una sincope di pochi secondi, come una piccola morte. All’età di 12 anni fui studiato senza successo dal professor Henri Gastaut al Centre hospitalier universitaire de la Timone di Marsiglia, scopritore della sindrome che da lui prende il nome. Adesso il professor Aldo Quattrone, direttore dell’Istituto di scienze neurologiche del Cnr di Cosenza, non vede l’ora di dare un’occhiata al mio cervello per capirne di più».
Cominciamo da Frankenstein.
«Per un equivoco insorto a metà Ottocento e alimentato dalla cinematografia, la gente comune chiama il mostro con lo stesso nome del suo creatore. Nel romanzo della Shelley, il dottor Victor Frankenstein studia la decomposizione dei cadaveri e riesce a ricavare dalla materia inerte un essere vivente dotato di forza sovrannaturale. Respinto da tutti per il suo aspetto ripugnante, il mostro si rivolta contro il suo creatore e ne stermina la famiglia. Frankenstein muore dopo avergli dato la caccia fino al Polo Nord per sopprimerlo».
La sua teoria qual è?
«Premetto che non sono un cercatore di Ufo. Il mio testo non s’iscrive nel filone dei complottisti, ma al contrario avvalora la tesi opposta: quella per cui gli eventi terroristici presi in esame sembrano rivelare una comune matrice ideologica. Qualcuno che ha letto Frankenstein, e lo ha sviscerato fin nei minimi dettagli, sta facendo in modo che la creatura sopravviva al suo creatore».
Com’è arrivato a questa conclusione?
«Per caso, dopo aver comprato una copia del Frankenstein su una bancarella di Napoli. Lì mi sono imbattuto nella prima coincidenza. L’ultima lettera del libro epistolare - quella in cui il capitano Robert Walton, comandante della nave che soccorre Victor Frankenstein al Polo Nord, racconta le ultime ore di vita dello scienziato - è datata 12 settembre. Dal testo si evince che il creatore del mostro è morto il giorno prima, l’11 settembre: data del crollo delle Torri gemelle. Qualche tempo dopo l’occhio mi è caduto sulla data di pubblicazione del Frankenstein: 11 marzo 1818. L’attentato di Al Qaeda nella metropolitana di Madrid avvenne l’11 marzo 2004. In preda a un funesto presagio, il giorno degli attentati di Londra, 7 luglio 2005, sono tornato a sfogliare il romanzo. E con mia grande sorpresa mi sono accorto che la terza lettera, quella indirizzata da Walton alla signora Margaret Saville, reca l’intestazione “7 luglio 17..”. È la missiva in cui il comandante della nave, convinto che l’Artide non sia una landa desolata bensì il giardino delle delizie, scrive: “Ma il successo coronerà i miei sforzi. Perché non dovrebbe essere così? Sono arrivato tanto lontano tracciando una rotta sicura su mari mai solcati, le stesse stelle provano e testimoniano il mio trionfo”. Ci ho letto un accesso di fanatismo, anche a costo di sacrificare l’equipaggio».
Tutto qua?
«C’è dell’altro. Il mostro di Frankenstein ha imparato il francese ascoltando di nascosto le lezioni sulla rivoluzione impartite a Safie, figlia di un turco musulmano e di un’araba cristiana. E svela d’essere diventato quello che è, una belva sanguinaria, dopo l’incontro con Safie. Compiuto il primo delitto, confesserà infatti: “Da quel momento il Male divenne per me il Bene”. In altre parole aveva tradotto in positivo tutto ciò che è negativo: la morte, le stragi, la violenza. Ricorda il capovolgimento di valori contenuto nella frase con cui Al Qaeda rivendicò l’eccidio di Madrid? “Voi amate la vita, noi amiamo la morte”. Penso che un lettore monomaniacale del Frankenstein abbia trovato nel contenuto più intimo del romanzo un messaggio totalmente privo di valori religiosi. Il mostro è un prodotto della rivoluzione francese, atea per definizione».
Osama Bin Laden non mi sembra ateo.
«Bin Laden è solo il braccio e il banchiere di Al Qaeda. La mente è Ayman Al Zawahiri, egiziano seguace di Sayyid Qutb, esponente dei Fratelli musulmani, considerato il padre di tutti i fondamentalisti. Qutb, impiccato al Cairo nel 1966 con l’accusa d’aver tentato di rovesciare il presidente Nasser, era un fine letterato educato in America, che conosceva bene le opere della Shelley. Fu dapprima conquistato e poi disgustato dalla civiltà occidentale, quindi lavorò perché venisse cancellata dalla faccia della Terra. Il suo libro Pietre miliari, mai tradotto in italiano, è il vangelo degli attentatori suicidi».
Vada avanti.
«Nel 2004 ho cominciato a svolgere ricerche in Internet sul Frankenstein della Shelley. Stranamente, era associato per lo più ad Al Zawahiri, a Bin Laden, all’Afghanistan e a un testo, Il Frankenstein del Frankenstein, ovvero come la Cia ha fabbricato i talebani, scritto da Michael Callis, candidato alle primarie presidenziali Usa per il partito repubblicano nel New Hampshire».
Sai che novità. Me ne ha parlato anche il democratico Gino Strada: «Gli Stati Uniti decisero di creare un Vietnam nel quale impantanare i russi: l’Afghanistan. Armarono i mujahiddin attraverso i servizi segreti pachistani. Risultato: l’America ha fatto addestrare 250.000 terroristi ai quali non fregava nulla di combattere i sovietici. A loro interessava solo la jihad, la guerra santa. Tant’è vero che oggi tutti i capi del terrorismo islamico fra di loro si chiamano “les afghans”. Compreso Bin Laden, che con i soldi americani teneva aperto un centro di reclutamento a Peshawar».
«Ma questo non spiegherebbe la relazione con il Frankenstein. Senonché ho scoperto che Afghanistan today, il portale ufficiale in inglese del Paese dei talebani, aveva questo indirizzo: http://frankenstein.worldweb.net/afghan. Curioso no? Oggi il sito non esiste più. Ma se lei va a cercare su Internet archive, che è un enorme cimitero del Web, troverà ancora 18 pagine di quel portale risalenti al 1999-2000. Il risultato delle mie ricerche sembrava rivelare una sorta di intelligenza inscritta nei fatti, sia in quelli passati che nei più recenti, come se essi cominciassero a parlare, facendo tralucere qualcosa in filigrana».
Che cosa?
«Letterati folli, imbibiti di cultura arabo-musulmana, non potevano usare riferimenti al Corano, perché sarebbe stato un atto sacrilego. Così hanno adottato il mostro del dottor Frankenstein. Il medico britannico di origini pakistano-afgane Suhayl Saadi, scrittore di fama internazionale, dopo gli attentati di Londra si trovò a visitare una libreria della capitale britannica specializzata in testi di cultura arabo-islamica e osservò che la quantità di titoli che inneggiavano allo scontro di civiltà era tale da monopolizzarne gli scaffali. Lasciò la libreria depresso e arrabbiato. “È come se ancora una volta avessi attraversato lo specchio”, scrisse Saadi, “e avessi preso parte a una cena di cappellai matti. Forse gli attentatori di Londra leggevano Lewis Carroll. Oppure Mary Shelley”. C’è di più».
Ormai sono pronto a tutto.
«Per 20 anni Benazir Bhutto, l’ex premier pakistana fatta assassinare da Al Zawahiri nel 2007, aveva continuato a ripetere: “La guerra fredda ha creato un Frankenstein in Afghanistan”. Mise in guardia l’Occidente, a cominciare da Bush padre e da Bush figlio, da questo mostro “che non crede nella compassione islamica e che ci distruggerà”. Ma rimase inascoltata».
Che cosa pensa della teoria secondo cui la carneficina dell’11 settembre sarebbe stata organizzata dagli Stati Uniti per avere il pretesto di occupare militarmente i crocevia petroliferi?
«Non ci credo assolutamente. Anzi, se c’è un complotto, questo è antioccidentale. L’11 settembre è il più grave attentato nella storia dell’umanità, un attacco frontale ai nostri valori e una dichiarazione di guerra. Però il Frankenstein islamico resta una chiara metafora di una potenza sfuggita al controllo, che con lucida ferocia persegue la distruzione completa del suo artefice e di ciò che a costui è più caro. Il dottor Viktor Frankenstein non è altro che l’Occidente. Nei quasi 100 film tratti dal romanzo della Shelley, il creatore del mostro sopravvive sempre. Muore solo nel romanzo e muore l’11 settembre. I primi a interrogarsi sul perché di questa data furono tre pompieri di New York che avevano preso parte alle operazioni di salvataggio fra le macerie delle Torri gemelle. La sera della tragedia si verificò un black out nella zona di Lower Manhattan dove sorge la caserma della squadra 1 dei vigili del fuoco, a un isolato da Ground Zero. “Noi tutti eravamo preparati per una vigilia di Capodanno”, ragionavano stando al buio. “Nessuno era pronto per l’11 settembre”».
Ha fatto ulteriori scoperte?
«Nel mio libro dimostro come all’origine di una catena di crimini vi sia spesso un’ossessione letteraria. In un film del 1999, Il collezionista di ossa, l’assurdo rituale di delitti e amputazioni trae spunto da un omonimo libro del primo Novecento. Mi ha fatto pensare a un serial butcher, un macellaio seriale, versione stragista del serial killer. Fra l’altro, nella prima sequenza si vedono proprio le Torri gemelle e appena compare il protagonista Denzel Washington un forte rumore di turbìne ci suggerisce che un jet fuori campo sta solcando il cielo. Altre inquadrature associano i due grattacieli ad aerei in volo, sia all’inizio che alla fine del film, mentre nei titoli di testa viene mostrata una vecchia mappa della città che rappresenta proprio Lower Manhattan, teatro dell’attentato del 2001. Sulla scena del primo delitto l’assassino mette a bella posta una pagina del libro che ha ispirato la lunga catena di omicidi e questa pagina reca, manco a dirlo, il numero 119».
M’interessa la sua opinione su Al Qaeda.
«Un’organizzazione di menti lucide e disilluse che adoperano la religione ma nel contempo hanno bisogno di non farsi trovare dalla loro coscienza. Ground Zero è il nome che i fisici danno al momento iniziale di una reazione nucleare a catena, quando le subparticelle si moltiplicano all’infinito. “Genie is out of the bottle”, dicono gli inglesi a proposito di questa irreversibilità. Un concetto molto vicino a quello del mostro di Frankenstein che minaccia il proprio creatore. Il genio del male è fuori dalla lampada e non si può più fermare».
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stefano.lorenzetto@ilgiornale.it