DE LEMPICKA Una vita narrata in settanta opere

Il percorso della mostra, come un libro di fotografie. A Milano nel 1925 l’artista tenne la sua prima personale alla galleria di via Montenapoleone

Elena Pontiggia

È come un album di fotografie della sua vita. La mostra di Tamara de Lempicka, aperta a Palazzo Reale fino al 14 gennaio 2007, è strutturata per sezioni che fanno conoscere non solo l’opera, ma anche la vita di quest’artista polacca, che fu una protagonista della cronaca mondana più ancora che di quella artistica.
La vediamo infatti, all’inizio della mostra, sullo sfondo di San Pietroburgo, dove forse nacque (anche se secondo altre testimonianze sarebbe nata a Varsavia), e dove si trasferisce nel 1914. Qui si sposa, nel 1916, con Tadeusz Lempicki, un conte polacco. E qui vive fino allo scoppio della rivoluzione, nel 1917, quando il marito viene imprigionato e lei riesce a fuggire a Parigi. Nella II sezione della mostra la troviamo appunto nella capitale francese, dove studia con Denis e Lhote. Ecco le prime opere, caratterizzate da un linguaggio che non muterà più: una volumetria insistita, potente, da statua più che da figura umana; una volontà di sintetizzare e rendere compatte le forme, in sintonia con il gusto del Ritorno all’ordine e del nascente stile Déco.
Ma non bisogna pensare che Tamara facesse solo la pittrice. Sullo sfondo dei suoi quadri bisogna immaginare il mondo artistico parigino, soprattutto quello più eccentrico e segnato dagli eccessi, dove la ricerca espressiva si alterna con la ricerca della cocaina, consumata nelle notti insonni, tra locali notturni e locali di piacere. Ma anche i rapporti con l’Italia sono stretti. E la mostra (sezioni 3-5) li illustra, ricordando la prima personale di Tamara a Milano, alla Bottega di Poesia: la galleria fondata dal conte Castelbarco, amante della figlia di Toscanini. A Milano Tamara conosce la pittura del Novecento Italiano, da Funi a Oppi, da Wildt a Casorati: tutti artisti a cui la avvicina la rappresentazione di un mondo solido e corposo, di figure sottratte al tempo che sembrano immobili come statue, o come pezzi giganteschi di una scacchiera, incapaci di decifrare il senso della loro esistenza. È in questo periodo, tra l’altro, che Tamara conosce D'Annunzio, a cui cerca vanamente di eseguire un ritratto, mentre il poeta tenta altrettanto vanamente di avere un rapporto erotico con lei.
Ma la mostra torna a descrivere la scena parigina (sezioni 6-8). Vediamo dunque Tamara in foto d’epoca che la ritraggono nelle sue toilette d'alta moda: con la pelliccia di volpe, con la stola firmata Schiaparelli. La sua stilista preferita era Alix Grès, ma indossava anche Chanel e Dior, e più spesso si disegnava da sola abiti e cappelli.
La mostra, infine, accompagna Tamara in California, dove l'artista si trasferisce nel 1939, alla vigilia dell’occupazione nazista di Parigi, divenendo una protagonista delle cronache mondane di Hollywood e Beverly Hills. Fino alla morte che la coglie, ormai dimenticata, in Messico, nel 1980.