La democrazia americana raccontata con un fumetto

Vittorio Macioce

Si sono incontrati su un battello fluviale in un giorno di fine novembre del 1831. Viaggiavano su quel tratto del fiume Ohio che incrocia la cittadina di Wheeling, a est di Pittsburg, dove la Pennsylvania incontra il West Virginia. Uno dei due sembra non avere età. È un bianco, ma veste come un pellerossa. È molto alto, con un fisico scolpito, ha una pistola alla fondina e una strana scure che al posto della lama ha un sasso levigato. Gli uomini della foresta di Darkwood lo chiamano Zagor, ma nella lingua degli indiani Algonquini il suo nome è Za-gor-te-nay, lo spirito con la scure. L’altro è un intellettuale francese, un magistrato di Luigi Filippo d’Orléans, quel Filippo Égalité che ha normalizzato lo spirito della restaurazione, dopo la Bastiglia, la rivoluzione, le guerre di Napoleone, Waterloo e il ritorno dell’ancien régime. Si chiama Alexis de Tocqueville e ufficialmente è sbarcato in America, con il collega Gustave de Beaumont, per studiare il sistema carcerario di questa terra senza confini dove, scriverà un giorno, non ci sono sudditi ma cittadini. Un paio d’anni dopo monsieur de Tocqueville torna a Parigi e scrive La democrazia in America.
L’epopea a fumetti di Zagor comincia nel 1961. L’autore si nasconde dietro lo pseudonimo di Guido Nolitta, in realtà è un figlio d’arte. Si chiama Sergio Bonelli e suo padre Luigi è, praticamente, Tex Willer, modello del western all’italiana. Zagor è qualcosa di diverso. È più avventura che indiani e cowboy, la sua frontiera non è quella del West, non è la marcia dei pionieri al di là degli Appalachi, non è la guerra di secessione e il secondo Ottocento. La frontiera di Zagor è più vicina. È ai confini dell’Est ed è proprio l’America che Tocqueville ha conosciuto, raccontato, amato, come qualcosa di nuovo, di grande, di sconosciuto e di innovativo, con le sue enormi possibilità e i suoi rischi nascosti, la tutela della libertà individuale e la dittatura culturale della massa anonima, carne da macello di un capitalismo giovane e impetuoso. Ma l’America che piace a Tocqueville è proprio quella di Zagor, con il suo carisma da outsider, con la sua dignità, il rifiuto dell’autorità, dello Stato, dei potenti, ma fedele alla legge di Dio e degli uomini. Un eroe che usa cervello e razionalità, ma che non rinuncia alla sua anima magica, antica, che sa di terra, di boschi e natura.
È forse per questo che Alexis de Tocqueville, padre del liberalismo meno ammuffito, si ritrova protagonista di una storia inedita di Zagor: Agenti segreti, sceneggiata da Moreno Burattini e disegnata da Gianni Sedioli (in edicola a luglio). La storia corre sul fiume Ohio. Tocqueville e Beaumont sono al centro di un intrigo internazionale, come angeli custodi ha un manipolo di agenti della Cia. Come ombre sulla loro vita una setta misteriosa, la loggia della corona, che vuole la loro morte. Al centro di tutto il tesoro di Luigi XVI nascosto da un «duca» ai confini del Canada. Il re, come si sa, è morto sotto la ghigliottina, ma quei soldi potrebbero servire a finanziare gli ultrà della vecchia monarchia. Zagor salverà i due magistrati francesi, la democrazia americana, il futuro della Francia e, soprattutto, Tocqueville. Corollario: senza Zagor nessuno avrebbe letto un classico della filosofia politica.
È un intrigo internazionale, una spy story classica, ma anche un ritratto parallelo di due visioni del mondo: l’America e l’Europa. Una storia a fumetti che interpreta lo spirito del pensiero di Tocqueville. «Noi qui possiamo decidere il nostro destino. Siamo individui non sudditi», dice un agente della Cia. E Zagor risponde: «In linea di principio è così. Poi la realtà qualche volta è diversa». Ma l’America di Zagor e di Tocqueville è un ideale. È una fiaccola sulla libertà, la cui luce sulla storia degli uomini e delle nazioni qualche volta brilla davvero, altre si offusca.
Zagor e Tocqueville, forse, si sono conosciuti davvero. Il loro incontro non è solo il sogno intellettuale di Bonelli e Burattini. Alexis de Tocqueville scrive in Viaggio in America 1831-1832: «Un miglio più in là, scorgiamo nella boscaglia una seconda carabina. È un bianco, vestito, cappello a parte, più o meno come un selvaggio, ci mostra la sua capanna tra i rami. Vive lì cacciando. Rivolge la parola all’indiano nella sua lingua (il Chippeway). Ci parla con grande entusiasmo degli indiani, che sembra amare come persone e per il loro modo di vivere. Ci invita a passare a trovarlo al ritorno. Ripartiamo al gran trotto. Lui ci segue con lo sguardo». Nel 1961 un giovane editore chiamerà quel bianco selvaggio Zagor. Lo spirito della sua America.