«Il destino di combattere con le armi della poesia»

Il grande poeta russo a Milano per un reading: «Quella volta che Paolini mi volle per il suo Vangelo»

Evgenij Evtushenko in Italia è di casa. La prima volta che ci arrivò erano gli anni Sessanta, ma con la testa e gli occhi c’era già stato molte volte. Tutte quelle che nelle sale cinematografiche dell’Urss gli era stato concesso di vedere i film di Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Vittorio De Sica, Giuseppe De Santis. «L’Italia la conobbi attraverso il neorealismo. Roma città aperta e Ladri di bicicletta da noi erano famosissimi nel dopoguerra: per il regime sovietico quei film, insieme alle pellicole di Chaplin, erano la migliore propaganda possibile contro i vizi del capitalismo. E i sentimenti di frustrazione, povertà, disperazione di quella società italiana in molti di noi facevano scattare un forte processo di identificazione». E di protesta: una forza che ha sempre agitato la vita e la poesia di Evtushenko, il poeta che ha avuto il coraggio di scagliare versi di fuoco contro Stalin e i suoi eredi, contro la burocrazia sovietica, contro il Cremlino. Contro il potere.
Nato nel ’33 a Zima, in Siberia, da una famiglia considerata «nemica del popolo», già negli anni Cinquanta per via dei suoi attacchi allo stalinismo era diventato uno dei leader dei giovani intellettuali russi, fama che giunse presto anche oltre la Cortina di ferro. «Quando fui sottoposto a una dura critica da parte dello stesso Khrusciov per il mio libro Babij Jar, Pier Paolo Pasolini, che avevo conosciuto nel ’57 a un festival degli scrittori a Mosca, mi mandò un telegramma in cui diceva che mi invidiava, perché io, con la Poesia, avevo costretto il Governo a discutere con me. Mentre lui avrebbe potuto anche entrare nudo nella fontana di Piazza di Spagna senza che nessuno gli desse attenzione». Qualche anno dopo, quando iniziò a lavorare al film Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini chiese a quel giovane poeta contestatore di interpretare la figura del Cristo: «Fece di tutto per ottenere il consenso ufficiale delle nostre autorità. Ma non ci fu nulla da fare. E così dovetti rinunciare alla parte. In Italia arrivai la prima volta nel ’64, quando il film ormai era già finito. A Pasolini feci avere un biglietto: “Sono qui. Il tuo Cristo mancato”».
Da allora Evtushenko è tornato spesso in Italia: «È un Paese che mi è sempre piaciuto: quello italiano è il popolo che più di ogni altro ha in sé il gusto dell’arte, quel “buon gusto” che, come diceva Pasternak, salva dai due grandi mali dell’uomo: la noia e la violenza del potere». Le ultime volte ospite dell’amico Sebastiano Grasso, critico e poeta, oltre che presidente della sezione italiana del Pen Club, l’associazione internazionale che promuove la libertà d’espressione e combatte ogni forma di oppressione delle libertà intellettuali. È a casa di Grasso che incontriamo Evtushenko: domani e dopo sarà protagonista di due serate milanesi nelle quali leggerà le sue poesie più celebri. Anzi, reciterà. «La poesia per entrare nel cuore della gente non deve esser letta, ma recitata. Ho imparato la differenza fin da piccolo, quando vedevo mia madre cantare per i soldati al fronte. Da allora mi sento figlio della folla, un’entità viva che può essere “mostro”, come quella che applaude il tiranno e che vidi piangere al funerale di Stalin, o “madre”, come a volte è quella che ascolta i miei versi».
L’ultima volta che li ha letti in pubblico nel suo Paese (la maggior parte dell’anno Evtushenko vive negli Stati Uniti, dove dal 1994 insegna poesia e cinematografia all’Università di Tulsa, Oklahoma) ad ascoltarlo recitare per due ore filate c’erano diecimila persone. «Era il 12 dicembre dello scorso anno, all’Olympic Stadium di Mosca, nella fortezza dei nemici della Poesia». Il poeta, come aveva capito Pasolini quando pensò a Evtushenko per il suo Cristo «rivoluzionario», serve a questo: a combattere con le parole.