Con la diaspora comasca parte un attacco al Pdl

(...) «Nel metodo l’analogia c’è, ma nel merito proprio per nulla», ammette e al tempo stesso distingue Ivano Polledrotti, uno dei nove secessionisti, assessore provinciale e capodelegazione in giunta della neo-formazione. È riassunto tutto in una frase del capogruppo di Autonomia comasca in consiglio provinciale, Giancarlo Galli (ex deputato democristiano, padre di una storica legge sull’ambiente). Frase che però va letta spezzandola in due. C’è l’analogia di metodo, dato che il nuovo gruppo assumerà «una chiara collocazione nell’ambito del centrodestra...», proprio come dice Fini. Mentre la mancata analogia nel merito sta nel seguito, in quel «...richiamandosi all’esperienza della discesa in campo del presidente Berlusconi». E questo Fini proprio non lo dice.
Emerge comunque in modo chiaro che anche qui come altrove quel matrimonio che «s’aveva da fare» non è stato digerito da molti, né su una sponda né sull’altra. «Incontro tra due mondi culturalmente diversi» lo chiama l’autonomista Polledrotti, rivendicando convinto lo spirito liberale del ’94 (la discesa in campo del Cavaliere) e alludendo per converso al segretario provinciale del Pdl, il senatore Alessio Butti, ex An. Mentre di «malessere legato alla dialettica da gruppo unico» parla Serafino Grassi, capogruppo Pdl alla Provincia. Se non è zuppa è pan bagnato.
Un’ulteriore analogia con i fatti nazionali risiede nell'assurdità - almeno tale appare agli occhi degli elettori - di due maggioranze belle floride che non trovano invece di meglio che dividersi. Per poi dimagrire. Perché se al Parlamento nazionale la maggioranza di governo avrebbe avuto numeri da sonni tranquilli, in quel di Como sarebbero quasi da letargia. Non è infatti un caso se questa provincia viene chiamata «il Mugello del centrodestra», nel senso che i duri e puri dello schieramento abitano qui, con l’ex Forza Italia al 35 per cento e An al 10 per cento dei consensi. E invece...
E invece ora, a frittata ormai fatta, su entrambi i fronti serpeggia qualcosa che forse non è ancora paura, ma che è senz’altro seria preoccupazione. Quella che sorge al pensiero «Che cosa dirà la gente?», tanto per rubare la sintesi al grande umorista Giuseppe Novello. Analogia anche questa, che va di pari passo con un'altra, l’ultima: «Che cosa regaleremo così agli alleati della Lega?». Se ne cruccia il transfuga Polledrotti, ma ne sembrano ben consci anche quelli rimasti nel Pdl. «Io sono coordinatrice a Cantù e posso dire che la nostra gente mi ferma per strada e non capisce. Nemmeno mio papà capisce», allarga le braccia la consigliera Paola Grassi. «Forse il problema - riassume con aria sconsolata Grassi - è che ci siamo ridotti a farci male da soli perché non abbiamo più un nemico da combattere». Così, si va a cercare più vicino.