Dietro la protesta anti Gelmini un vuoto di idee

Si chiacchiera. La turbolenza degli studenti rischia di essere solo un’occasione perduta. Ti aspetti che le luci sull’università servano a mettere a nudo la cancrena di un sistema vecchio, medievale, specchio di una società paludosa. Era l’unica cosa buona di questi giorni d’autunno. E invece nulla. La protesta è una festa e l’alibi per l’opposizione per dire: siamo ancora vivi. A Castel Volturno, terra di Gomorra e kalashnikov, si riuniscono gli stati generali della scuola del Sud. Ci sono 1600 persone, studenti, professori, sindaci e politici. Ci sono Miriam Makeba ed Edoardo Bennato, che cantano l’orgoglio di chi non sta con gli assassini. È vero, le scuole del Casertano sono l’ultimo presidio contro la camorra. Ma tutto questo non basta. Non risolve il problema. C’è qualcosa di non chiarito nella rivolta degli studenti. La loro strategia politica, fino ad ora, è reazionaria. Stanno lì e dicono: non si tocca nulla. Non attaccano la Gelmini perché è stata troppo timida nella riforma, ma perché ha osato mettere le mani in un micromondo in agonia. È questo che davvero non si capisce. Non c’è una «controriforma», un’alternativa. Non c’è dialogo. La Gelmini ha detto: facciamo la riforma dell’università. La risposta è lo sciopero del 14 novembre. È come giocare a testa bassa. Nessuno che abbia voglia di alzare la testa e guardare l’orizzonte. Quale università sognano questi ragazzi? Anzi, quale società. Nulla. Rimbombano solo gli slogan. È la litania del «vogliono toglierci i fondi». Il problema è che questa scuola è un colabrodo. Tutti i soldi che versi finiscono in uno stagno. È quello che ha cercato di far capire Emma Marcegaglia quando dice: «La Gelmini taglia alcuni costi e rimette a posto i numeri». È il tentativo, forse disperato, di razionalizzare il caos. E purtroppo non basterà. Loro, i ragazzi, si fidano del passato. Danno credito a intellettuali che sono sopravvissuti al Novecento, gente cresciuta in un altro mondo, dove i muri ideologici erano tutti ancora in piedi e il destino era un posto fisso. Non sanno, questi intellettuali, che sapore ha la precarietà. Non sono figli di un mondo liquido e flessibile, ma vecchi reduci di un altro secolo. Ti aspettavi i barbari, quasi ci speravi, uomini nuovi alle porte delle cittadelle dei privilegi, pronti a scalare quei muri che continuano a proteggere il popolo degli ex, la società degli ipergarantiti. E invece scopri che i barbari stanno con la casta degli intoccabili, difendono i baroni e i loro «nipoti», scendono in piazza con i sacerdoti della nostalgia e i chierici del passato. I barbari non sono il nuovo, e a questo forse si deve rassegnare anche Baricco, ma l’avatar del vecchio. Sono gli oleogrammi dello spirito reazionario. Sono la carne da macello di chi vuole ibernare questo Paese. Quando parli con gli studenti ti sussurrano che la riforma universitaria del 3 per 2, quella della Moratti, non funziona. Ti dicono che la vecchia laurea quadriennale aveva ventisei-trenta esami. Ora con la laurea specialistica di cinque anni si arriva quasi al doppio, cinquanta o giù di lì. Il risultato, sostengono, è che ti senti in una fabbrica di esami, come metalmeccanici della cultura, con il diritto, la matematica o l’economia ridotti a spezzatini, da digerire in fretta, una botta e via. A cosa è servito tutto questo? Forse a moltiplicare le cattedre. Quando, nel 1991, passò l’idea di moltiplicare i maestri, non si parlò di ragioni didattiche. Lo ha ricordato anche Martelli, allora vice presidente del Consiglio. L’unico motivo era il lavoro. C’erano troppi maestri disoccupati. Era il modo più veloce per risolvere la questione precari della scuola elementare. E in queste cose i governi, quando possono, fanno miracoli. Basta una semplice moltiplicazione. Tutte queste cose gli studenti le sanno, ma non hanno il coraggio di gridarlo a voce alta. È più facile demonizzare la Gelmini. Fa gruppo e crea un’identità. Chi siete? L’esercito degli anti Gelmini. Se vi basta questo: divertitevi. Ma state ipotecando il vostro futuro. Ti aspettavi gli studenti in piazza per chiedere un nuovo welfare, quello vecchio è una groviera, che non difende più nessuno. Non c’è un welfare per i precari. Non c’è un welfare per la flessibilità. È un altro dinosauro del Novecento, funziona solo con il posto fisso. È un pachiderma, fa la fortuna dei vecchi sindacati. A voi, studenti, serve un welfare leggero, puntuale, mirato. A voi serve un mercato del lavoro che paghi il rischio. E allora chiedete un salario più alto per i contratti a tempo determinato. Chi sceglie l’insicurezza merita di guadagnare di più. Ecco, questo dovrebbero rivendicare i «barbari». Serve un passo oltre il Novecento e invece stiamo qui a difendere le macerie di un vecchio secolo.