Dilaga l’epidemia di influenza rotoria

RONDÒ ITALIANO. Altro che influenza aviaria. L’Italia è alle prese con un’epidemia ben più grave: l’influenza rotoria. La malattia si manifesta con la comparsa di rotonde sulla rete stradale alla stessa velocità dei pomfi eritematosi che riempivano il corpo di Maga Magò durante la sfida con Merlino nella Spada della roccia. Il contagio è veicolato da una particolare razza di galletti chiamati sindaci e si propaga di Comune in Comune dalla Testa Gemella Occidentale delle Alpi Aurine alla Punta Pesce Spada di Lampedusa. Resta immune soltanto il mare: lì la rotonda, checché ne dica Fred Bongusto, non attacca.
L’influenza rotoria si riconosce dai cordoli gialli che creano, visti dall’alto, scenografici effetti simili ai crop circles, i cerchi nei campi di grano, e chicane degne delle piste Polistil di venerata memoria. Solo che qui impegnano automobili vere, non macchinine telecomandate. È una malattia che può avere esiti letali: Giacomo Vannucchi, un edicolante trentottenne di Pistoia, s’è incatenato di fronte al municipio deciso a lasciarsi morire di fame perché l’amministrazione comunale ha piazzato due grandi rotatorie distanti 700 metri l’una dall’altra che dividono in due la frazione del Fagiolo, impedendo alle vetture di fermarsi davanti alla sua bottega.
Quale sarà l’eziopatogenesi di questo morbo finora mai descritto nella letteratura scientifica? E perché sarà esploso solo con l’arrivo del terzo millennio? Le rotonde provviste di isola centrale spartitraffico non sono nate ieri: furono concepite prim’ancora che venisse inventata l’auto. E già nella prima metà del secolo scorso a Parigi s’erano dimostrate inadeguate, forse perché prevedevano il diritto di precedenza a destra. Negli Anni 60 in Inghilterra fu sperimentata con successo la precedenza al traffico circolante all’interno dell’anello. In Francia il diritto di precedenza per i veicoli che impegnano la rotonda diventò norma di legge nel 1983 e da allora è stato esteso a tutta l’Europa. Ma lo sapranno gli automobilisti italiani? V’è da dubitarne. Basta guardare che cosa accade in una qualsiasi rotatoria: brusche frenate, esitazioni, gente che si ferma, «tocca a me che sto entrando passare per primo», «eh no, ho la precedenza io che sono già dentro».
Non voglio certo mettere in dubbio i vantaggi di questo sistema per regolare il traffico, al cui confronto il semaforo appare preistorico: snellimento del flusso veicolare, abbattimento delle soste forzose, maggior sicurezza (le statistiche attestano che il numero di incidenti nelle rotonde è nettamente inferiore rispetto ad altri tipi di incroci, per effetto della diminuzione della velocità a 30 chilometri orari), meno rumore, meno inquinamento, possibilità di effettuare inversioni di marcia.
Però avete fatto caso a come si sono ridotte le nostre città? Sembra di stare a Topolinia. La fase 1 dei lavori prevede, in via provvisoria, un percorso obbligato fatto di guardrail componibili in plastica bianca e rossa, che rimangono lì per anni, dato che in questo Paese nulla è più stabile del provvisorio, come diceva Giuseppe Prezzolini; affinché non volino via nelle giornate di vento, li riempiono d’acqua, ma di norma volano via lo stesso, trasformandosi in micidiali birilli di un percorso a ostacoli. Sistemato così l’incrocio, la fase 2 prevede il prolungamento delle opere sino alla successiva rotatoria. E dunque è tutto un fiorire di piste ciclabili, dossi artificiali in porfido rosso mattone, paletti, zebrature bianche, cordoli di gomma gialla, catarifrangenti flessibili inchiodati sull’asfalto, segnaletica verticale. Si vedono meno ammennicoli nei plastici dei trenini elettrici.
Ormai le rotatorie vengono costruite anche solo per facilitare l’entrata e l’uscita dai supermercati. Siamo arrivati alla follia per cui gli esperti del traffico consigliano (e realizzano) «false rotonde, cioè rotatorie con precedenza all’anello poste su assi viari rettilinei e continui», in considerazione del fatto che «qualsiasi automobilista, anche il più ben intenzionato, raggiunge involontariamente velocità elevate: l’intervento ha l’effetto di spezzare la continuità della strada costringendo i veicoli a rallentare». Già che ci siamo, si potrebbe risparmiare sull’asfalto e tornare alle carrarecce su cui riusciva a correre soltanto la cavallina storna.
Purtroppo temo che l’ultimo dei pensieri degli amministratori affetti da influenza rotoria sia quello di spendere oculatamente i quattrini dei contribuenti. Per essere chiari: secondo me su questi rondò qualcuno ci marcia, e non lo dico in senso motorio. Se interpellate uno dei suddetti esperti, vi spiegherà che il costo medio per una rotonda è di appena 60-80 euro a metro quadrato, cioè cento volte meno di un appartamento in zona Duomo a Milano. Sarà. Però l’appalto dei lavori dell’ultima rotatoria costruita dal Comune nei paraggi di casa mia prevedeva un importo base d’asta di 120.000 euro. Diviso per 60 vien fuori una rotonda da 2.000 metri quadrati. Non è un rondò: è il disco volante di Et. Farne atterrare uno al mese sulle nostre strade è un’impresa che poteva riuscire solo a dei marziani.
PORCI CON LE ALI. Da Libero: «Un maestro di arti marziali californiano, originario di Taiwan, è riuscito a trascinare un camion per alcuni metri con il proprio pene». Conclusione della notizia: «In futuro proverà con una ventina di suoi studenti a trascinare un jumbo jet 747». Riuscirà anche a farlo alzare?
PERICOLO GIALLO. Titolo dal Giornale: «“Un marocchino m’ha stuprata”, ma stavolta è giallo». Un cinese, allora?
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it