DISONORA IL PADRE

I simboli hanno sempre diverse possibili letture, e non fa eccezione quel globo circondato da cinesi nel National Stadium di Pechino, ormai celebre come “Nido d’Uccello”. Il significato che gli si voleva dare era (speriamo) benigno, ovvero un affettuoso abbraccio, un girotondo intorno al mondo dei cinesi festanti. Ma molti, in Occidente, gli hanno dato di certo un’interpretazione più angosciata e angosciante: un miliardo e trecento milioni e passa di cinesi che assediano la Terra, pronti a conquistarla con il loro numero imponente, con la loro mano d’opera a bassissimo costo, con la loro voglia di espandersi in ogni senso e direzione; e, soprattutto, con la pericolosità del loro regime, che se per molti versi ha abbandonato il fallimentare credo comunista, per molti altri fa ancora ragionevolmente paura.
A proposito di simboli, allo Stadio Nazionale ne mancava uno, che per decenni ha rappresentato la Cina e il suo popolo, quel ritratto del “Grande Timoniere” Mao Tse-tung che in occidente viene visto come un incubo dai più, ma come un messia da chi crede ancora nel marxismo applicato, magari in salsa cinese. Non facendo apparire quel ritratto, i governanti di Pechino hanno voluto dare un segno rassicurante e distensivo all’Occidente, quasi un premio a quei capi di Stato che hanno presenziato alla cerimonia, nonostante la mancanza di democrazia, la questione tibetana, le dissidenze soffocate con la forza e con la censura, la pena di morte applicata come il più spiccio dei rimedi per i mali interni. Tutti motivi che avrebbero sconsigliato la presenza di capi di Stato e di governo, e bene ha fatto chi – a differenza di Bush e di Sarkozy – ha evitato un omaggio che da sportivo si è trasformato inevitabilmente in una specie di consenso politico.
Eppure la scomparsa di quel ritratto non rassicura. Mao, infatti, non era soltanto un capo comunista, ma soprattutto il Padre della Patria, e come tale mai del tutto rinnegato. Mao fu il capo vittorioso nella guerra civile che oppose i comunisti ai nazionalisti, e la sua “lunga marcia” è una delle vicende più epiche della storia moderna. Proclamata la Repubblica Popolare Cinese nel 1949, la guidò fino alla morte, nel 1976. I suoi sforzi per unificare il Paese e modernizzarlo furono pari alla crudeltà che adoperò per stroncare ogni possibile opposizione e per imporre quella “dittatura del proletariato” che avrebbe entusiasmato molti giovani e meno giovani occidentali, sedotti dal suo Libretto rosso ai tempi della “rivoluzione culturale”, combaciante con il 1968. Nei lunghi anni del suo potere, vi furono decine di milioni di morti per cause non naturali, fame compresa. Neanche quel che si apprese dopo la sua morte (per esempio l’abitudine di farsi procurare ragazze adolescenti per rallegrare la propria vecchiaia) riuscì a scalfire il suo mito fra molti comunisti di molti Paesi: e basti ricordare, per l’Italia, Enrica Collotti Pischel, Dario Fo, Maria Antonietta Macciocchi, Rossana Rossanda.
Allora, perché non rallegrarsi – e basta – per la scomparsa del “Grande Timoniere” dall’apertura dei giochi? A mio parere perché, in assenza del faccione di Mao, sulla tribuna d’onore dello Stadio Nazionale spiccavano visi e espressioni dei nuovi governanti cinesi che, sia pure in abiti borghesi, ricordavano quelli delle parate sulla Piazza Rossa ai tempi di Breznev o quelle di piazza Tienanmen ai tempi di Mao. E non si tratta soltanto di una questione somatica o antropologica: quello che abbiamo visto in tv era la rappresentazione di un regime autoritario senza padre. Un padre di cui gli stessi cinesi, negli ultimi anni, hanno riconosciuto più le colpe che i meriti, ma proprio per questo un padre-simbolo da ricordare per evitare di ripeterne gli errori, mutatis mutandis.
Un regime autoritario senza padre – da processare per riconoscergli i meriti della ritrovata unità, ma da cui rifuggire per il resto – è un regime senza storia: passibile dunque di ripetere, aggiornandoli, colpe e errori del passato. Dimenticare Mao, è un modo per non fare i conti con la storia, dunque con il presente e con il futuro.
Giordano Bruno Guerri
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