Distrutto il covo del Saladino sciita

Fausto Biloslavo

Per la seconda volta in 48 ore il governo israeliano ha minacciato «di far fuori» sheikh Sayyed Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, il Partito sciita di Dio, nel mirino dell’offensiva sul Libano. «Alla prima occasione lo faremo fuori. Ecco perché farebbe meglio a pregare Allah», ha ammonito ieri il ministro per l’Immigrazione di Israele, Zeev Boim, intervistato dalla radio di Stato. Boim è un fedelissimo del premier israeliano, Ehud Olmert, e solo 24 ore prima il ministro degli Interni, Roni Bar On, aveva preannunciato l’intenzione di eliminare Nasrallah. Il quartier generale fortificato di Hezbollah, dove il prete islamico con la vocazione del guerrigliero riceveva ambasciatori e dignitari stranieri, è stato definitivamente raso al suolo. Nei giorni scorsi la marina israeliana aveva colpito l’edificio di nove piani ad Haret Hreik, nella zona meridionale sciita di Beirut. Ieri i caccia bombardieri hanno finito il lavoro, ma gli israeliani hanno dato vita anche a un’azione di guerra psicologica lanciando volantini contro Nasrallah nel centro della capitale libanese e sul lungomare. Sui volantini la caricatura del capo di Hezbollah lo fa assomigliare a un cobra, che stritola Beirut nelle sue spire. «Si presenta come un fratello, ma è un serpente» si legge sul volantino, che accusa Hezbollah di essere «il cancro del Libano».
Chi è in realtà l’uomo che ha dichiarato «guerra totale» ad Israele? Nasrallah nasce 46 anni fa a Bourj Hammoud, un sobborgo povero di Beirut. Suo padre era un fruttivendolo, che sbarcava a malapena il lunario. La guerra civile del 1975 costringe la famiglia sciita a tornare al villaggio di origine nel sud del Libano, per sfuggire al conflitto. Invece, Nasrallah, a solo 15 anni, si arruola nel movimento sciita Amal, anche se il suo sogno è studiare la dottrina islamica come riuscirà a fare in Irak e a Qom, la città santa iraniana.
Rientrato in Libano con turbante e mantello dei mullah sciiti si trasforma in comandante sul campo del neonato Hezbollah, che dagli inizi degli anni Ottanta diventa la spina nel fianco degli israeliani che hanno occupato il Libano per scacciare definitivamente i guerriglieri palestinesi. Nel 1992 un missile teleguidato lanciato da un elicottero con la stella di Davide incenerisce la macchina blindata sulla quale viaggia Sheik Abbas al Musawi, predecessore e mentore di Nasrallah. Il giovane prete-guerriero diventa, a sorpresa, il nuovo capo del partito di Dio.
Il leader sciita ottiene dall’Iran finanziamenti per armi e logistica di due miliardi di dollari all’anno. I miliziani di Hezbollah vengono addestrati da un nucleo di Guardie della rivoluzione khomeinista, che hanno piantato le loro basi nella valle libanese della Bekaa, sotto controllo siriano. Nel lungo conflitto contro lo Stato ebraico Nasrallah tentenna, sconvolto dal dolore, solo una volta nel 1997. Il suo amato figlio, Mohammed Hadi, appena diciottenne, muore in una scaramuccia nel Libano meridionale. Il giorno del funerale bacia il volto tumefatto di Hadi e giura vendetta eterna. Tre anni dopo Israele si ritira dal Libano, Hezbollah canta vittoria e Nasrallah «inizia a concentrarsi più nelle urne, che sulle pallottole» secondo l’esperto libanese Nizar Hamzeh. La formazione sciita diventa un movimento rispettato, che investe nel sociale aprendo ospedali, scuole e supermercati con beni di prima necessità a prezzo politico. I suoi rappresentanti vengono eletti in Parlamento e oggi il governo libanese ha dei ministri di Hezbollah.
Secondo Nasrallah, che ha sempre cercato di cavalcare la tigre palestinese, «le operazioni suicide sono l’arma che Allah concede al suo popolo e l’utilizzo dei kamikaze è l’unico sistema per battere i sionisti». Barbone d’ordinanza islamica, turbante nero degli eredi del Profeta, non si separa mai dal tazbè, il rosario musulmano. Qualcuno dice che sogni di «liberare» Gerusalemme per diventare il nuovo Saladino.