Il «doganiere» che stupì il ’900 milanese

Le mostre si dividono in due categorie: quelle «televisive», piacevoli e di facile richiamo, e quelle di «lettura», dove il fattore critico e la ricerca rappresentano il vero valore aggiunto alla produzione artistica sul territorio. «Lo stupore dello sguardo», esposizione in corso alla Fondazione Stelline che pone sotto la lente d’ingrandimento l’influenza subita dal primo Novecento italiano dall’arte di uno dei più anomali esponenti europei di quel periodo, il francese Henri Rousseau, fa parte di questo secondo gruppo e merita attenzione. La storica Elena Pontiggia, a due anni dalle celebrazioni del Futurismo e all’indomani del neonato Museo del Novecento, offre nuovi spunti di riflessione su quella Milano degli anni Venti che, lontano dal dinamismo di Boccioni e compagni, coltivava un’arte intimista e poetica in cui la pittura puntava essenzialmente a ritrovare l’intensità originaria delle forme: questi artisti, pur con storie e natali differenti, erano Carlo Carrà, Ottone Rosai, Ardengo Soffici, Tullio Garbari, il bolognese Giorgio Morandi e molti altri. La mostra delle Stelline riunisce le opere di autori familiari al pubblico e ben rappresentati nelle civiche raccolte, e le reinterpreta attraverso alcuni capolavori di Rousseau, artista nato nella metà dell’Ottocento in un paesino del Nordest della Francia, e ribattezzato «il Doganiere» per aver svolto in quasi tutta la vita un impiego come gabelliere nell’ufficio comunale del dazio di Parigi. Stranezze dell’arte. Fu soltanto nel 1893 che Rousseau, ormai 50enne, si decise a dedicarsi interamente alla vita d’artista. Ma forse proprio questo suo isolamento rispetto alla pittura dei Cafè chantant e dei Salons e pure alla rivoluzione impressionista, lo resero straordinariamente originale nelle sue composizioni visionarie, fiabesche e un po’ naif. Lo stupore dello sguardo, appunto, verso un mondo immaginario e quasi infantile traeva linfa più dalle tradizioni popolari e contadine che non dal realismo che andava diffondendosi in quegli anni in Francia e in Europa. «Quell’ingenuità da bambino», come la descrisse Soffici dopo l’incontro nel marzo del 1910 nello studio di Montparnasse, colpì al cuore una generazione di artisti italiani che in quegli anni rivendicavano il bisogno di ritornare a una spontaneità dell’arte che guardava, diversamente dai futuristi, ai valori classici e rinascimentali. «Di Rousseau in Italia - sottolinea la Pontiggia - interessarono poco i soggetti esotici, le visioni lussureggianti di giungle e tigri, a vantaggio invece di temi più familiari: figure, campagne e nature morte». Non è un caso che la mostra apra il suo percorso con opere emblematiche del Doganiere, come Passerella di Passy (1890), come i due disegni che furono acquistati da Soffici nel 1910 direttamente nello studio di Rousseau, il famoso Pavillon e l’inedito Il cane (1901) appartenuto a Carrà. L’esposizione si allarga quindi alle opere più rousseauiane di quegli italiani che sarebbero poi approdati a Valori Plastici, come «La stella del Cafè Chantant», Ricordi d’infanzia e La carrozzella di Carlo Carrà; e poi gli Omini di Rosai dei primi anni Venti, il primitivismo di Birolli e Usellini, per finire alla Milano «ingenua» di Cesare Breveglieri.