Don Gnocchi, prete in trincea di fronte al dolore dei bambini

Dopo la guerra fondò l’opera destinata a dare assistenza agli orfani e ai mutilatini

Daniele Carozzi

Pochi istanti prima di morire, in quel 28 febbraio 1956, aveva detto: «Amis, me raccomandi la mia baracca...». E la «baracca», per i lombardi, è quel che si è costruito, creato, messo in piedi con fatica e speranze. Ma lui non è morto. È «andato avanti». Perché don Carlo Gnocchi era un cappellano alpino, e gli alpini non muoiono: vanno avanti. Lo ha fatto lasciando alle spalle una storia di educatore al Gonzaga, di consolatore degli afflitti e moribondi nella ritirata di Russia con 40 gradi sotto zero, quindi fondando un Istituto, la sua «baracca», destinato ad ospitare e assistere i bimbi mutilati dai bombardamenti. E non è tutto, nel testamento cede le cornee a due ragazzi ciechi, Silvia Colagrande e Annibale Battistello, che grazie a lui rivedono la luce.
Di famiglia modesta, papà marmista e mamma sarta, Carlo nasce nel 1902 a San Colombano al Lambro, ma ben presto si trasferisce a Milano. Viene ordinato sacerdote nel 1925 e nel 1936 il cardinale Schuster lo nomina direttore spirituale di una delle più prestigiose scuole cittadine: l'istituto Gonzaga. «Don Gnocchi ci aveva insegnato - racconta Piercarlo Comolli, allora allievo del Gonzaga - una cosa forse desueta per molti giovani d'oggi: ad avere coraggio. Eravamo affascinati dal modo di essere di questo sacerdote, animato da profonda fede ma disincantato e non curiale, sportivo ma concreto, dal volto dolce ma severo, refrattario ai compromessi ed alle indulgenze». E recentemente Comolli gli ha dedicato una breve memoria dal titolo «Ciao don Carlo».
Quando nel 1940 l'Italia entra in guerra e molti giovani studenti del Gonzaga vengono chiamati alle armi, don Carlo è coerente ai suoi principi educativi e non intende abbandonarli. Li seguirà sul fronte greco-albanese nel battaglione «Val Tagliamento», quale cappellano degli alpini. Rientrato a Milano nel 1942, dopo poco ripartirà per il fronte russo con la divisione alpina «Tridentina».
Enzo Crepaldi, bergamasco, classe 1912, sottotenente medico delle penne nere, lo incontrava durante l'inferno bianco passato nella «sacca» e nella battaglia di Nikolajevka. «È impossibile descrivere quei mesi - racconta il reduce scampato per miracolo ad un congelamento - nel gennaio del ’43 i T34 sovietici attraversarono il Don ghiacciato e ci piombarono addosso di notte devastando il Comando. Con don Carlo mi incontravo vicino al corpo dei moribondi: io per curarli con ciò di cui non disponevo e lui per confessarli e dare l'estrema unzione. Quell'angelo magro e pallido, sì e no 50 chili, vegliava sugli alpini correndo ovunque a portare una parola, una benedizione. Prima della ritirata, un giorno gli dissi ridendo: “Chieda ai suoi amici ricchi del Gonzaga di spedirci qualcosa da mangiare”. E di tanto in tanto, quando non era rubato durante il recapito, qualche pacco arrivava».
Se Crepaldi deve la vita al commilitone Michele Milesi che lo scosse dal torpore e gli fece continuare il viaggio, così don Gnocchi ebbe salva la vita grazie a due anonimi alpini. Lo riconobbero mentre stava accasciato sul corpo esanime di un soldato al quale aveva appena impartito l'ultimo sacramento. Era ormai assopito in un pericoloso preludio di morte bianca. Lo caricarono di peso su una slitta e lo portarono verso la salvezza. «Ero portaordini motociclista e ho conosciuto don Carlo - ricorda Angelo Lava, classe 1915 -. Il cappellano aveva raccolto più di un centinaio di effetti personali e lettere da riconsegnare ai parenti dei defunti, a guerra finita. Dopo qualche anno mi confessò di non essere più riuscito ad assolvere quello straziante compito e fu costretto a delegarlo ad altri collaboratori. La fede? Quanto conta la fede in quelle circostanze? Io l'ho conosciuta allora e ancora oggi ringrazio Iddio recandomi a messa ogni mattina...».
Nel 1945 prende forma il suo progetto pensato negli anni del conflitto: dare assistenza agli orfani di guerra ed ai bambini mutilati. La sede è a Milano, in via Capecelatro. Da quel momento la commovente fiaba dei «mutilatini di don Gnocchi» assume un'eco nazionale. Nel 1949 l'opera di don Carlo ottiene l'ufficialità con la denominazione di «Federazione pro infanzia mutilata», la quale si trasformerà in «Fondazione pro Juventute» dopo aver aperto nuovi collegi a Parma, Pessano, Torino, Inverigo, Roma, Salerno e Pozzolatico.
Nel 1955 viene posata a Milano la prima pietra del moderno centro che realizza la sintesi della sua metodologia riabilitativa, ma egli non riuscirà a vedere l'opera compiuta.
Ai suoi funerali, con la bara sorretta da quattro alpini, lo saluteranno quasi centomila milanesi. Fra i suoi numerosi scritti, riflessioni e testi di pedagogia, si trovano commenti più che mai attuali: «La triste particolarità del nostro tempo è il tentativo di confusione tra il bene e il male, il pericolo di anestesia delle coscienze e di legalizzazione del male. E questo è molto grave, perché un errore in sede di pensiero è assai più pericoloso di ogni errore pratico».
In cinquant'anni la Fondazione - attualmente guidata da monsignor Angelo Bazzari (dopo monsignor Gilardi e Pisoni) - ha ampliato il suo raggio d'azione allargando le attività nella riabilitazione e nella ricerca. Nel 1998 si è trasformata in Onlus e nel 2001 è stata riconosciuta Organizzazione Non Governativa. Nel 2003, il presidente della Repubblica ha insignito la Fondazione di Medaglia d'Oro al merito della Sanità Pubblica.
Don Carlo Gnocchi verrà ricordato sabato alle 11, con una messa solenne in Duomo officiata dal cardinale Tettamanzi. E ancora una volta i suoi alpini saranno vicini a quell'omino pallido e magro, ma con il carisma di un gigante, che li confortò nei momenti in cui tutto sembrava perduto.