Donazione del cordone ombelicale In 250 lo «spediscono» all’estero

La Mangiagalli è specializzata nel prelievo delle staminali

Le mamme milanesi sono generose e previdenti. A Milano sta sempre più prendendo piede la donazione del cordone ombelicale. Una riserva di cellule staminali in grado di guarire da leucemia ed altre malattie ematologiche. E c'è chi lo fa destinandolo ad altre persone che rimarranno sconosciute per la vita, e chi mettendolo da parte per il proprio figlio anche se nasce perfettamente sano. Proprio come ha fatto giovedì scorso alla clinica Mangiagalli l'attrice Stefania Rocca mettendo alla luce il suo primo figlio Leone Ariele. Un bel bambino sanissimo di 3,4 chili. «Ho deciso di partorire a Milano - ha dichiarato l'attrice - perché qui abitano il mio compagno Carlo Capasa e parte della mia famiglia. La scelta della clinica Mangiagalli è stata invece determinata dalla necessità di recuperare, in sicurezza, il sangue del cordone ombelicale di mio figlio per farlo conservare nei laboratori Bioscience di San Marino per poterlo usare qualora in futuro dovesse averne bisogno. Si tratta di una misura preventiva che gli consentirebbe di usufruire delle sue cellule staminali senza ricorrere a donatore terzi, vista la difficoltà di reperimento e l'elevata possibilità di rigetto». E a essere previdenti come la Rocca alla clinica ostetrica di via Commenda in un anno sono anche altre 250 mamme non tutte però conservano il sangue ombelicale a San Marino ma in altre banche estere del cordone ombelicale, soprattutto in Inghilterra. Varcare i confini è, infatti, indispensabile quando si sceglie la crioconservazione autologa, cioè quella destinata al bambino stesso, una modalità che in Italia non è consentita. Scegliere una banca del cordone ombelicale di un altro Paese è comunque permesso. Non si viola nessuna legge. Le duecentocinquanta mamme che hanno scelto la stessa strada di Stefania Rocca devono sostenere una spesa di circa duemila euro oltre ai 50 annuali. Il cordone prelevato entro 24 ore dal parto è immerso, entro 48 ore dal prelievo, in azoto liquido a meno 190° C. Questa crioconservazione può essere protratta per vent'anni. Una pratica questa che in Italia è consentita solo per neonati con patologie in atto al momento della conservazione del cordone ombelicale o nel caso di famiglie ad alto rischio d'avere altri figli affetti da malattie geneticamente determinate. «Casi di questo tipo - spiega il direttore sanitario della Mangiagalli - se ne contano quattro all'anno». Quella invece consentita a tutti è la conservazione cosiddetta eterologa che viene effettuata come gesto altruistico. Un gesto che non comporta spese ma che stranamente a Milano non è ancora tanto diffuso. Basti pensare che alla Mangiagalli sono duecentocinquanta le mamme che in un regalano il cordone ombelicale del figlio alla Cord Blood Bank al centro trasfusionale del Policlinico. Proprio lo stesso numero di coloro che mettono mano al portafogli e fanno conservare all'estero il cordone ombelicale da utilizzare per il loro bambino o per un consanguineo.